Lo spleen romantico-decadente, nel post ermetismo.

La tematica della poesia permeata dall’influenza spleen, ha sempre delineato una chiara vessazione alla stesura descrittiva “dell’esistente”, senza giustificazioni o delibere di risoluzioni alla stato emotivo descritto.

La prerogativa è quella di narrare o poetare senza risultati “curativi” da comunicare; descrivo ciò che vivo nella dura contestualizzazione del sentito, senza esprimere giudizi. Il poeta romantico di pe sé, raffigurava la propria esistenza, nel desiderio di una descrizione più che veritiera, dove la poesia era il testamento del dolore/passione/tormento/vita, ma sterile di un risultato effettivamente psicologico, che potesse portare alla conclusione di una volontà di “guarire” e quindi di una eventuale “cura emotiva”. Credo, mia convinzione personale, che lo spleen parta già da un romanticismo maturo di una esperienza dolorante del poeta descrittivo. Certamente i tempi di ascesa delle figure poetiche più cupe, vedranno i natali nella corrente decadentistica e con i massimi esponenti poeti europei, senza dubbio il più blasonato Baudelaire.

Lo spleen decadente raffigura un uomo/sociale/poeta/, rimandato alla sua incapacità di “vivere” nella società che lo accoglie. Anche, a mio parere, come risposta alla stessa condizione sociale divenuta politica-economica, negli anni antecedenti la nascita del movimento spleen. L’industrializzazione “umana e produttiva” e la sua configurazione in una letteratura di insegnamento privo di condizioni emotive suggerite, trasfigura dapprima nel romanticismo come rivalsa del sentimento e della passione dei versi che fanno da collante alla universalità dell’uomo – poeta e successivamente nella presa di coscienza dell’artista in quanto uomo, del male del vivere senza via d’uscita. Male di vivere, che altro non è, se non la ribellione dell’immaterialità del discorso poetico, sentito come mezzo incapace di segnare strade o percorsi di vita tanto cari a correnti letterarie negli anni del 700 e che si esprime drasticamente nell’accettazione diafana dell’uomo nella grigia esistenza.

Certamente le condizioni psicologiche del poeta che scrive e lo stato mentale di rappresentazione del proprio io verso gli altri, raffigurano e comprovano la difficoltà dello stile spleen, la natura buia della descrizione dei passaggi emotivi propri, nei passaggi temporali degli “eventi vissuti”. Faccio qui di seguito un riflessione. Nel poeta ermetico tali passaggi di eventi vissuti, diventano “momenti”

vissuti. L’ermetico non si rappresenta come il male del proprio scrivere, anzi è custode della propria individualità, che lo porta quasi a nascondersi in un cifrario poetico. Non soffro perché sono inadeguato a ciò che mi circonda, “sono” diverso e ne prendo atto, lo esprimo interiormente, quasi mi nascondo anche con l’uso delle parole (scelte, possenti, caduche, dissacranti, raffigurative, difficili, diverse), ma non necessariamente l’ermetico soffre il male della diversità “sociale” intellettuale.

Dicevamo che lo spleen, non vuole rappresentare lo stato umano e descrivere una riflessione in merito, suscita invece la condizione di tormento, di depressione opprimente, nel quale il poeta vive incapace di sottrarsi all’angoscia che ne deriva. Toccò a Baudelaire il compito di traghettare, come dicevamo, questo nuovo modo di concepire il poetare. Come sempre, anche lui ebbe una adolescenza travagliata. Il non essere accettato dal patrigno, l’assenza dell’amore familiare, lo portano alla ricerca continua di appagamento del senso di solitudine che lo attanaglia. La ricerca poetica diventa vitale e agognata raffigurazione di una realtà presa in prestito.

La personalità è estremamente controcorrente con la borghesia razionalizzata del tempo, si prefigge il dandysmo come livrea da presentare alla società interlocutrice, dissipa ogni avere, fino ad arrivare ad essere interdetto dal patrimonio famigliare, per evitare il tracolo definitivo. Inizia a dedicarsi alla poesia, traduce anche poeti stranieri. Qui, altra riflessione da prendere in considerazione: molto della decadenza poetica e esistenziale del Baudelaire è da ricercare nell’influenza della lettura di altro scrittore -poeta del tempo, E.A.Poe.

Baudelaire poeta, racchiude nel suo divenire diverse sfaccettature di dissesto interiore, da una parte lo spleen, il tedio della vita, il disagio interiore del vivere, dall’altra il richiamo del bello, perfetto, la mescolanza tra peccato del vivere e la sua bellezza. Da qui la ricerca del poeta nelle droghe artificiali, persino decantate nelle liriche, che portano il desiderio di ricerca del lucente nefasto, verso il non ritorno, verso le rime strazianti di una poesia logorata all’alcool, dall’oppio e bagnata dalla diversità del sentire il male della città, delle vie, del cuore, dell’amore per donne viziose dedite al peccato “puro”. Una spirale discendente, già più volte ritratta da Poe, dove l’immagine spleen, diventa terrore dell’esistenza e trasfigurazione nell’irreale più buio e oscuro.

La scia che porta all’ermetismo è segnata dalla presa di coscienza dello scrittore-poeta verso l’interiore da esaltare, non più così distruttivo, ma quasi da tener segreto come bene più prezioso. Si fa poesia per se stessi, senza tener conto della società, che più da capire diventa il banchetto dove mangiare e far mangiare il

proprio io emetico. Non voglio dilungarmi nella trasfigurazione dei passaggi epocali e temporali della poesia spleen nelle varie correnti. Ma una riflessione finale è d’obbligo. Oggi a conclusione del ‘900, la poesia diviene nuovamente pervasa da diverse impronte. Tanti i poeti contemporanei che hanno ridiscusso le tematiche che ciclicamente richiamano il senso rotatorio della storia e del suo percorso vitale. Assistiamo dunque, nuovamente, anche per le vicissitudini che ci circondano giornalmente, al ritorno in alcuni poeti a quel senso di perdizione e angoscia, derivante dal non sentirsi più parte integrante del sistema presente.

Il decadente bisogno di raffigurare la caducità del sistema sociale che abitiamo, predispone al ritorno della raffigurazione della condizione penosa dell’anima priva dei riferimenti di saggezza e trasporto della cultura come maestra d’esistenza. Non vi è lo spleen del rancore e del senso di fine, vi è lo spleen della concretezza, dove la certezza dello sbaglio del vivere, oltre ad essere definitivo del singolo, effettivamente riporta la volontà d’espressione di una gran parte della società.

In altre parole, il doloroso poetare, quasi urlato dei nostri avi poeti, non ci ha insegnato nulla. Il richiamo allo sbaglio ideologico della società è sempre il punto di partenza per la descrizione reale degli uomini, che nei loro scritti poetici, come sempre, profetizzano ciò che poi sarà storia vissuta da tutti. Volutamente non ho riportato nessun passo di poesia, o prosa, o racconto. Lascio a chi legge la voglia di ricerca del divenire.

Un mio umile pensiero.

Mario Di Nicola

Tutti i diritti sono riservati. Copyright 2020.

Fermento

Fermento

Pioggia,
malintenzionato fermento,
senza riparo,
una corta fronte,
perseguita.

Mario Di Nicola. tutti i diritti sono riservati come per legge. Copyright 2020.

Pompeo Bettini

Chi segue il mio lavoro, sa che ogni tanto adoro descrivere l’operato di artisti incontrati nel corso delle mie letture.

Non ho la presunzione di insegnare nulla, ma solo quella di dare continuità a voci sopite nelle pagine di antologie o libri che forse nessuna vuole più aprire.

Vuoi anche il tempo a disposizione nostro malgrado!!, per chi vorrà leggere, la mia gratitudine.

Pompeo Bettini (1862-1896)

I natali di Pompeo Bettini sono modesti, la famiglia certamente non era ricca. Nasce nel 1862 a Verona, il padre era ferroviere. Fu iniziato a studi tecnici e come tanti poeti e scrittori del tempo, anch’esso malfermo di salute, inizio parallelamente a cibarsi di varie letture a carattere letterario nei periodi di malattia e assenza dalle scuole.  

Nel corso dell’esistenza vissuta politicamente da un’idea tradizionale, verrà, sulla soglia dei 25 anni, pervasa da visioni politiche che lo portarono all’adesione al partito socialista, adesione convenuta all’azione innovatrice delle ragion d’essere del tempo. Divenne amico di Turati e nelle sue opere letterarie dedite allo studio dell’idea politica, tradusse il Manifesto di Marx ed Engels. Trovò occupazione come correttore di bozze per la casa editrice Sonzogno e per la stessa casa editrice pubblicò il suo romanzo “La toga del diavolo” (1890). Ma la sue prime pubblicazioni risalgono al 1878 come : Ode” In occasione dei funerali di S.M Vittorio Emanuele in Roma”, delle strofe “Il fanciullo delle grucce”.

Il padre morì prematuramente e Pompeo fu costretto ad aiutare economicamente madre e sorella lavorando e continuando ad peggiorare la sua salute molto delicata. Ricordiamo anche le sue poesie in “Versi ed acquarelli” (1887). Lo scrivere del Bettini è stato sempre descritto come: fine, delicato, pulito da ogni appesantimento descrittivo. E’ un poeta d’amore, d’ ottocento, in alcune liriche addirittura preannuncia l’ermetismo come corrente, che farà poi, la comparsa nel novecento. Dopo la sua morte prematura, fu Benedetto Croce a far riscoprire il narrare della poesia Bettiniana e lo scrivere di quest’uomo grande e piccolo nello stesso tempo.

Per quanto mi riguarda, la lettura di alcune sue poesie, mi ha portato alla scoperta della bellezza del cuore di questo poeta e scrittore. Sembra leggero nello scrivere, volutamente ricerca parole soffici, mai ingombranti. Descrive i passaggi, i momenti, gli amori come uomo d’ottocento, fine romantico, ma con l’ansia tipica del primissimo decadentismo in opposizione, dovuto anche per la sua disperazione a causa delle sue condizioni fisiche che non lo fanno ben sperare. Ma si lamenta in maniera educata, mai gridando. Insomma, come al solito, rivalutato dopo la sua prematura morte avvenuta nel 1896, è da considerarsi un grande poeta del fine ottocento. Lode.

Alcune tratti:

Dalle “Poesie”

I

La figlia della Maddalena

Quando venivi era un giorno di sole;

o se pioveva, la pioggia cantava.

Io tutto l’anno quel giorno aspettava

per infilare perline con te……

….Si forma un nuvolone, ed io vorrei con te

correr nei campi, al vento;

            indi alle prime gocce,

baciarti il viso molle…..

…..La mia vita monotona ed uguale

mi apparve con memorie sconfinate,

come al lampo di pigro temporale

che illumina campagne dilavate…….

……E’ l’incanto di tenebra fiorita

Dove la mia tristezza si conforta,

mentre piango che i fior della mia vita

sono germogli di boscaglia morta.

Mario Di Nicola. Tutti i diritti sono riservati come per legge. Coyright

Presentazione Libro “L’incauto sfogo dell’altra metà”

Straordinaria serata alla prima uscita pubblica per l’Associazione Nėorìa a Pescara presso l’Associazione “Per amore e per diletto” e con la strepitosa “Compagnia Teatrale Letto a Teatro”.
Un grazie di cuore a tutti, in primis alla disponibilita’ e impegno di Paola Ferrante e Paolo Diodato, nonche’ Giulia Tarquini e Ugo Dragotti. Grazie amici e a presto.
Un ringraziamento speciale al prezioso contributo di Lorella Di Nicola.
Un abbraccio al Direttivo di Nėorìa, al Dott. Luigi Sciaretta per la preparazione delle basi musicali e al Presidente Mario Di Nicola che ha prestato alcune delle storie pubblicate nel suo libro ” l’incauto sfogo dell’altra meta’ ” per la trasposizione nell’opera teatrale.
Questo e’ lo spirito di Néorìa, la parola come mezzo di espressione che si trasforma nello spazio e nel tempo.

Néorìa