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“Analisi dei Rapports cabanisiani. Antropologia filosofica” – Il nuovo libro di Enrico Marco Cipollini

COVER NUOVA CABANIS

Enrico Marco Cipollini

Analisi dei Rapports cabanisiani. Antropologia filosofica

Quarta edizione marzo 2015

 Tale libro è la rivisitazione della 3^ ristampa pubblicata da L. P. E. nella collana «studia universitaria» e si prefigge di riportare alla luce l’ideologo Cabanis, il quale, nonostante la grande influenza esercitata sulla scienza e la filosofia, è stato volutamente misconosciuto. Il perché è affrontato in tale saggio. Già il termine ideologia si contrappone a psicologia in quanto il primo dà adito allo studio dell’anima – psyché – quindi una concezione tradizionale della psicologia come scienza dell’anima. L’ideologo Cabanis, figlio dei filosofi dei lumi, non guarda all’ontologia bensì all’osservazione dell’uomo concreto agente in un contesto altrettanto concreto. Riprendendo dall’empirismo lockiano e dal suo sviluppo sensista condillachiano, formula una psicofisiologia ovvero inserisce nella speculazione filosofica la fisiologia per meglio realizzare il suo progetto, una inter-relazione fondamentale esistente tra mente e corpo, tra moral et phisique dell’uomo. Relazione fondamentale, fondando su prove la scienza medico-psicologica come oggi la intendiamo. Il Nostro rompe con lo schema dell’obsoleta e tradizionale filosofia e medicina (per questo lo si trova sia nei libri medici che in quelli filosofici) che aveva demarcato il regno del fisico e dello “spirito”. Non a caso Lamarck, Darwin, Spencer, Charcot, Breuer, Freud sino agli studiosi contemporanei lo citano espressamente o si rifanno alle sue intuizioni e idee espresse nelle dodici memorie che costituiscono i Rapports du physique et du moral de l’homme. In effetti Cabanis sottopone l’uomo concreto ad un’indagine scientifica e dettagliata, un’analisi tipica come si riscontra nella chimica: scomporre, decomporre e riunire l’uomo e il suo pensiero che risentono delle variazioni dell’organismo secondo l’età, il sesso, le malattie, il clima e altre variabili. Solo da qui «si sviluppano il pensiero la volontà, le passioni» (Felice Mondella,1971) dell’uomo nelle pagine magistrali che l’epistemologo e medico dedica al Nostro sulla riforma della medicina. Non l’unico studioso ad approfondire tale aspetto della ripresa dello spirito ippocratico della medicina ovvero non più arte ma scienza (e non sapere libresco). Tale, per statuto, non dogmatica o fideistica, si deve basare su fatti suscettibili di sperimentazione, su fondamenta biologiche e fisiologiche, giungendo così ad affermare che «il morale non è che il fisico considerato sotto certi punti di vista più particolari». Il retroterra filosofico e medico è ricco: da Locke a Condillac, ai grandi scienziati quali Haller, Sthal, la Scuola di Montpellier nonché i fertili dibattiti che si tenevano tra i philosophes e non solo (ad esempio Franklin che fu definito da Hume ,”il primo filosofo d’America”) che si tenevano ad Auteil nel salon di madame Helvétius. La parte fondamentale dell’opera cabanisiana è trattata dalla quarta alla decima memoria. Si formula la tesi di un uomo interiore dell’impressioni “non percepite” ma «inconnues, inapperçues» che diverranno tali, con Janet, inconscio. Dalla medicina come arte a medicina come scienza sino alla nostra conclusione per una concezione globale e non astratta, antropologica dell’uomo.

 Sommario

Introduzione

Capitolo I

Breve notizia su Pierre-Jean Georges Cabanis

Capitolo II

Analisi della “Préface”

  1. Cabanis e la filosofia di Cartesio
  2. L’autonomia della medicina

Capitolo III

Considerazioni cabanisiane sullo studio dell’uomo,

della medicina e della filosofia

  1. Le scuole mediche e il problema della sensibilità
  2. L’Opera di Lamettrie (o La Mettrie)
  3. Sensibilità e irritabilità
  4. Le impressioni “inapperçues”
  5. Gli istinti e il sentimento

Capitolo IV

“Moral” e “Physique”

  1. L’homme intérieur

Capitolo V

Condillac e Cabanis

  1. Critiche cabanisiane al “padre del sensismo”

Capitolo VI

Per una filosofia della materia

Capitolo VII

Il sesso e la sua influenza sulla psiche

  1. Sesso e genere
  2. Le varie epoche dello sviluppo sessuale e anomalie

Capitolo VIII

L’influenza dei temperamenti

  1. I temperamenti

Capitolo IX

L’influenza delle malattie sulle idee e sulla sfera affettiva

  1. La tradizione medico-alchimista
  2. La malattia come crisi dell’intera «organisation du physique et du moral»

Capitolo X

Il “régime”

  1. L’influenza dell’opera di Montesquieu
  2. La teoria della relazione tra clima e natura umana
  3. I moderni studi antropologici sul clima e sul “régime”

 Capitolo XI

L’influenza dei climi sulle abitudini morali

  1. L’antropologia di Helvétius e la teoria del clima
  2. Cabanis e Buffon: affinità e divergenze

Capitolo XII

La vita animale: l’istinto, la simpatia, il sonno e il delirio

  1. La vita animale
  2. “L’organisation”
  3. L’istinto
  4. Della simpatia
  5. Il sonno e il delirio
  6. Il sonno in particolare

Capitolo XIII

Il progetto si un nuovo trattato delle sensazioni

  1. I temperamenti acquisiti

Conclusione

 Bibliografia essenziale

 

Titolo: Analisi dei Rapports cabanisiani.

Autori: Enrico Marco Cipollini

Editore: Litho Commerciale

Collana: Eos

Data di Pubblicazione: Aprile 2015

Prezzo di copertina: € 20,00

Info e ordini:

ludovica@lithocommerciale.com

“Friedrich Wilhelm Schelling” di Enrico Marco Cipollini

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(immagine freeweb)

Friedrich Wilhelm Schelling (breve esposizione essenziale)

 

Tale Filosofo è considerato il classico della filosofia romantica, ed è vissuto in Germania, dove nacque nel 1775 e si spense nel 1854 a San Gallo, nella città di Bad Ragaz.

A differenza di Fiche che mantiene ancora forti legami con il Criticismo kantiano (coscienza da una parte, contenuto dall’altra. Il famoso problema kantiano, in breve, tra fenomeno e noumeno o cosa in sé che ritorna in Fichte), Schelling aspira all’infinitezza, immergendosi nella realtà stessa e considerando il tutto come attività intuitiva per non dire dell’attività estetica che produce arte, il sommo organo della filosofia.

Il Nostro dissente da Fichte, per molti versi ancora kantiano e anche perché tale considera la natura come semplice «non-Io», una creazione involontaria dell’IO o Spirito, mentre Schelling vede la Natura non come un semplice non-Io bensì come momento inconscio della vita della Ragione.

Ne discende che sia la vita della natura che quella prettamente spirituale sono coincidenti in quanto lo Spirito e la Natura non son altro che due aspetti della vita stessa.

La Natura quindi non è che spirito pietrificato, vita latente ma dello stesso statuto ontologico perché spirito anch’essa. Onde per cui Schelling estende i caratteri dell’Io alla Natura e così il reale assume due poli antagonisti: uno negativo e l’altro positivo. Tutto si basa su forze contraddittorie che raggiungono un equilibrio, così come l’individuo il quale è, di fatto, anch’egli un “equilibrio di forze antagoniste ed opposte”. Natura e Spirito non sono altro che due facce della stessa medaglia, in nuce.

Secondo il Filosofo romantico per antonomasia tutto tende all’Assoluto il quale è identità di Spirito e Natura, di Soggetto e di Oggetto.

La Natura raggiunge il suo massimo limite con l’apparizione della sensibilità del mondo animale; tende -la Natura- ad un suo fine e per questo la Natura non è che spirito che noi possiamo vedere, toccare etc. Sono dei gradi evolutivi insomma: dal più semplice si tende ad evolversi in un disegno più articolato e complesso.

La Natura è solo spirito inconscio mentre lo Spirito è conscio, consapevole di esserlo. Questa «indifferenziato» tra “Natura e Spirito” lascerà dubbioso il grande Hegel, suo compagno di studî allo «Stift» di Tubinga, che acutamente farà rilevare e in modo assai mordace tale “problema” –tra virgolette- con l’ironica e mordace frase che ivi riportiamo: «..le vacche di sera appaiono (sono) tutte bige». Compagno di Hegel e Schelling a Tubinga fu il divino Hölderlin, il grande poeta che dialogava con gli dèi…

La filosofia schellinghiana è detta anche idealismo estetico e <<idealismo trascendentale>>, proprio perché ha il fine di esprimere i procedimenti dello sviluppo della Natura per renderli identificabili allo Spirito in quanto Idealismo Trascendentale significa soprattutto AUTOCOSCIENZA DELLO SPIRITO.

I gradi di sviluppo di tale autocoscienza spirituale sono enucleati in codesto modo dal Nostro filosofo che identificò l’arte con la filosofia in quanto ambedue creano: sia l’artista che il filosofo sono artefici, demiurghi del loro fare. Ma ritornando ai gradi di sviluppo dell’auto-coscienza spirituale, essi sono rappresentati dapprima dalla Sensazione o sentire tramite i sensi poi ne consegue l’Intuizione o capire l’oggetto della coscienza ed infine la Riflessione che  è il massimo grado dello Spirito teoretico.

Onde per cui l’attività teoretica parte dalla sensazione per giungere all’intuizione sino alla riflessione dei problemi, ossia all’AUTOCOSCIENZA che presume anche un’attività morale, pratica.

Ma grande rilievo, come abbiamo anticipato, in Schelling, ha l’attività estetica, da qui il suo Sistema detto anche “Idealismo Estetico”

In effetti giunge a tale conclusione dopo il ragionamento che riportiamo in breve:

l’aggregato di vita conscia ed inconscia ove vige tregua tra le polarità opposte  sfocia nell’Arte: unico ed eterno organo del filosofare. L’Arte è il fulcro della filosofia. Come l’artista crea opere d’arte, il filosofo crea il mondo e raggiunge l‘Assoluto.

Comunque il Nostro Filosofo nella sua opera datata 1809 ovvero Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana, giunge ad una densa e drammatica problematica ove, riprendendo dal misticismo propriamente germanico, cerca di spiegare il male nel divenire dell’Ente supremo spirituale. È una vera e propria svolta del pensiero schellinghiano la quale sfocerà in una complessa e drammatica cosmologia. I suoi vasti interessi (la mitologia, l’estetica e via dicendo) e le sue profonde intuizioni influenzeranno, e non poco, i pensatori novecenteschi e per i conflitti presenti nella sua opera anche l’esistenzialismo, sovra tutto quello jaspersiano.

Enrico Marco Cipollini

“Fichte” di Enrico Marco Cipollini

 Fichte

(immagine freeweb)

 FICHTE o dell’insufficienza teoretico-gnoseologica

e della divisione filosofia–scienza

Il punto di partenza della filosofia fichtiana è la critica al concetto di noumeno kantiano, il caput mortuum della filosofia del grande pensatore di Koenisberg.

Kant ammette l’esistenza di una realtà in sé e poi la dichiara inconoscibile. Lo stesso fatto di ammetterla ne implica la conoscenza.

Cosa sostituisce del sistema kantiano? Innanzitutto alla metafisica dell’essere Egli sostituisce la metafisica dell’azione.

Per Fichte la filosofia si delinea in due correnti: il dogmatismo e l’idealismo:  il dommatismo è un modo di concepire il reale statico mentre l’idealismo è dinamicità. Il primo sarà scelto dai caratteri inerti, il secondo da quelli dinamici.

Il dommatismo parte dalla convinzione che l’essere è dato ed è rinuncia al pensiero mentre l’idealismo inizia proprio dal pensiero, tutto è in divenire, in atto.

Ogni fondamento saldo del pensiero è un atto dell’intelligere. Solo partendo dalla coscienza possiamo pensare sia a noi che a ciò che differisce da noi.

Pertanto tutto è attività.

Il centro della filosofia Non è più l’io legislatore ma quello creatore. Da qui l’idealismo vero e proprio.

E il fondamento del conoscere E’ proprio l’Io che pone se medesimo o <<tesi>> a cui s’aggiunge necessariamente la negazione o <<antitesi>> o ciò che non è Io ovvero non-Io, che è il mondo esteriore o natura.

La natura non è altro che Io che perde coscienza di sé. Il perché non lo spiega.

L’Io riprende coscienza di sé e si rende cosciente che ciò che aveva considerato non-Io o Natura, non è altro che proiezione di sé. Egli, Io, nella sintesi si arricchisce del superamento del non-Io. Ma ogni sintesi non è che un momento pertanto l’Io riprende, in tal tregua, slancio perché tutto è continuo divenire, un divenire incessante.

Ma la non-spiegazione teoretica della creazione della antitesi cosa comporta de facto?

Fichte si rende conto di non aver saputo spiegare in termini conoscitivi perché l’Io si dovrebbe creare il non-Io onde ricorre all’etica.

Quindi l’attività teoretica non basta a Fichte e deve ricorrere alla coscienza morale?

Giustamente. Perché l’Io pone il non-Io si può spiegare con la coscienza morale. E’ una teoresi mancata, si basa solo sull’attività morale, punto debole del filosofo allievo di Kant.

L’Io esiste, in breve, in quanto è azione onde per cui l’Assoluto non è l’essere ma il dover-essere. Il non-Io è un’attività non conoscitiva ma pratica. Infatti l’uomo non è solo natura ma soprattutto attività etica che porta alla libertà spirituale. L’Io infinito così si attua nell’io individuale od empirico per attuare l’IO PURO, una eterna dimensione.

E’ proprio con Fichte che assistiamo alla “ giustificazione” teorica(contro il grande Kant che diede possibilità di valore e di ricerca scientifiche, della scienza come indagine matematico sperimentale iniziata da grande Galileo) del divorzio scienza- filosofia. In Fichte, abbiamo visto, c’è l’assorbimento della Natura nell’Io e di conseguenza svalutazione del sapere scientifico come conoscenza e valore . Qua l’oggetto vien colto nell’identità con il Soggetto. Si badi che tale non è un processo critico o un’analisi accurata ma il risultato di un presupposto metafisico aprioristico. Solo l’IO diventa fonte inesauribile del reale e la forza di cogliere il valore conoscitivo(gnoseologia) è data dall’intuizione, scartando l’opera paziente e metodologica dell’uomo di scienza. La frattura tra Valore conoscitivo filosofico e scientifico è al culmine. Il primo solo merita, il secondo non possiede alcun genere di verità. Questa frattura tra Scienza e Filosofia troverà epigoni, purtroppo, anche nel secolo passato, si pensi a Croce.  Non tutti i filosofi aderirono a tesi discutibilissime come quelle idealiste e neo-idealiste ma la scissione non ha giovato al Pensiero.

Enrico Marco Cipollini 

 

“Viaggiarsi dentro”: la recensione di “La Ballata” Rivista di Arte e Cultura

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Recensione di “La Ballata” Rivista di Arte e Cultura

Solo l’uomo ha consapevolezza di morire. Proprio da tale constatazione basilare quanto essenziale si muove l’autenticità della filosofia più vera come preparazione alla morte in vita, come avverte Platone. Come risolvere la vita? Nel banale o nell’autentico? Che cosa è l’essere? sono le domande che la filosofia si è posta da sempre. È qui che l’Autore riprende il discorso, sondando gli abissi dell’ esistenza: come porci davanti all’iter dell’esistenza? Solitudine, Amore, Vita, Morte ascritti nell’arco della nostra esistenza, come nel celeberrimo frammento di Eraclito (il 38) . Davanti alle ingiustizie, al destino e alle morti più crudeli noi dobbiamo reagire in modo positivo e cercare la Vis che è dentro di noi.­­­ L’abbiamo tutti solo che è tanto manifesta che non la sappiamo vedere e dobbiamo rifarci (il libro inizia con tale frase) al più acuto psicologo, come il grande Nietzsche definì Dostoevskij: «Tutto è buono … Tutto. L’uomo è infelice perché non sa d’esser felice. Soltanto, solo per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nel medesimo istante» (dai Demoni). Bisogna cercarci per trovare la soluzione così esageratamente e disperatamente dentro di noi. Si brilla di luce propria o siamo persone che hanno bisogno di consenso, vogliono lo specchio per vivere, sono fatue. Vivono di riflesso; tolto lo specchio non esistono, non sono. La ricerca dell’essere, del to òn da Parmenide ad Heidegger e oltre è riservato a chi traluce e non alle persone” forme-specchio” chi conosce sé, non può desiderare il male, donde ne deriva il relazionarsi interiormente e andare verso l’altro da me, da qui il bisogno di riconoscere pulsioni e desideri inconsci, sepolti nel mal-essere mai riconosciuto, mai ammesso. Riflettere sul bisogno di ciascun uomo di prendere in seria considerazione e intimamente lo studio attento e intimo delle proprie fragilità. Quanto del nostro agire infatti è dettato dalle paure inconfessate e inconfessabili e dalle insicurezze di non essere presenti a se stessi, non strutturati a dovere. Da qui l’invito al viaggiarsi dentro badando bene di capire le paure e i limiti che nel viaggio e nel percorso di vita verranno presi in considerazione all’esame finale di ciascun uomo … c’è bisogno di non arrivare impreparati alla morte, c’è bisogno di farsi attraversare dall’inquietudine perché questa sia cassa di risonanza di un sentire vivo, una preparazione consapevole e dinamica alla vita e alla morte e quale miglior preparazione se non arrivare all’esame finale lucidi, dolorosamente consapevoli dei limiti ma anche delle conquiste fatte. Quanta luce, quale respiro nel rivendicare se stessi davanti all’atto finale della morte, lasciando agli altri la nostra memoria, il nostro percorso personale in eredità, il .nostro insegnamento ed infine il nostro affetto. Paradossalmente scoprendosi anima nuda e fragile ci si riveste del nobile mantello dell’umana fierezza d’essere, quell’essere uomo che piange e ride senza remore con lo sguardo attento all’anima pulsante. Un invito al viaggio dentro di sé per giungere all’unica vera Itaca: la percezione d’esser vita nella morte.­­

La Ballata

 

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“Kant, precisazioni filosofiche” di Enrico Marco Cipollini

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(immagine freeweb)

 

Si denomina il periodo quando Kant era ancora legato alla filosofia di Wolff e alla stesura di opere scientifiche quali:

-Delle forze(1747),

-Storia naturale generale e teoria dei cieli, ampliata dal grande Pierre Simone de Laplace nel 1796,

un suo saggio contro un teologo svedese che pretendeva di possedere visioni spiritiche, saggio intitolato,

  • Sogni di un visionario chiariti con i sogni della Metafisica,1766. Opera importante codesta in quanto si comincia a delineare in Kant una metafisica volta a determinare i limiti della ragione umana che intraprenderà nella Critica della Ragion pura.

La critica della ragion pura è composta:

La prima parte tratta dell‘estetica trascendentale come scienza del tempo e dello spazio.

La seconda parte è la logica trascendentale che a sua volta si biforca in

Analitica e Dialettica Trascendentali.

Nella Analitica si delineano chiaramente le funzioni dell’intelletto e il suo modo d’operare.

Nella Dialettica vi è una dimostrazione sugli errori intercorsi alla pretesa della mente di dimostrare l’esistenza di Dio o negarla. L’ultima parte dell’opera è la Dottrina trascendentale del metodo dove spiega le sue intenzioni, applicando il suo sistema a discipline diverse (sono i canoni o regole contenuti in tal parte).

Qual è il problema gnoseologico -o della conoscenza- di Kant?

Kant rimprovera subito al suo maestro Wolff di non aver esaminato la ragione. Solo da qui si può partire per far della solida filosofia.

Perché il nome di criticismo?

Perché solo giudicando, dal verbo greco krino, io giudico, e solo analizzando la ragione si può giungere ad una conoscenza salda.

Qual è il rapporto tra Spirito e Materia?

Nessun filosofo aveva dato una spiegazione soddisfacente: solo lo scetticismo di Hume, parole di Kant, lo aveva svegliato dal suo sonno dogmatico.

Che cosa sono i giudizi analitici e sintetici?

I primi sono degli empiristi, i secondi dei razionalisti.

I giudizi analitici si basano su identità e non contraddizione (A=A e se A=A non è B). Tale giudizio chiarifica ma non estende il sapere. Es., il triangolo ha tre angoli. Sono a priori ed universali. Ma analizzano e basta.

Il giudizio sintetico.

Tale estende il sapere dell’enunciato -alcuni corpi sono pesanti- ma non è universale perché hanno sempre bisogno dell’esperienza per esser verificati.

Sono detti quindi a posteriori.

Sono possibili allora dei giudizi universali e sintetici, si chiede il filosofo prussiano.

Sì, per Kant. E si paragona a Copernico, solo nella prefazione alla 2^

  1. della Critica in quanto così la mente non è pura passività ma organo funzionante che ordina il mondo.

5+7=12 significa che né il 5 né il 7 contengono il 12 ma il 12 nel frattempo non è 5 né 7 ma estende il sapere valido per tutti quindi tale è un giudizio universale, sintetico, a priori.

Cosa significa trascendentale?

Che l’intelletto supera i sensi ma non può superare la propria mente in quanto umana penserà sempre cose umane.

E’ legata ai GIUDIZI SINTETICI A PRIORI: ordina la natura ove vige il caos, supera i sensi ma non se stessa.

Noi imponiamo alla natura le leggi che la ragione o meglio l’intelletto crea e non viceversa o rivoluzione copernicana attuata da Kant.

Cosa significa estetica?

Estetica, rileva giustamente Kant, deriva dal greco aisthesis e vuol dire sensazione, sentimento. Ma il filosofo di Koenisberg usa la parola ESTETICA nel senso di intuizione perché l’estetica  tratta dello spazio e del tempo.

Che cos’è l’Estetica Trascedentale?

E’ la scienza dello Spazio e del Tempo in quanto forme a priori della nostra mente. Spazio o forma dei sensi esterni, Tempo o forma del senso interno.

A quali scienze daranno luogo?

Lo Spazio alla Geometria, il Tempo alla Matematica. (rigorosamente euclidee in Lui)

Non hanno bisogno dell’esperienza in quanto intuizioni pure.

L’intelletto cos’è per Kant?

Kant distingue Intelletto da Ragione.  L’Intelletto è il modo con cui l’uomo ordina il mondo tramite le forme a priori, cioè connaturate nella mente stessa ma non può trascenderla.

Qual è il compito dell’Intelletto?

Suo compito è unificare i dati che ci si presentano poiché la Natura è un molteplice manifestarsi. L’intelletto ha il compito di ordinare quindi tutto tramite leggi a priori  tramite le Categorie che non sono altro che leggi proprie dell’Intelletto.

Quali sono le differenze tra le Categorie di Kant e quelle di Aristotele?

Aristotele usava il termine Categoria da Katégorein, affermare, ed erano il massimo grado di astrazione logica. Da astrazione ad astrazione ci si eleva a concetti sempre più universali, mentre per Kant le Categorie sono modi di funzionare dell’intelletto. E sono 12: unità,pluralità,totalità;realtà,negazione,limitazione;sostanza,causa,reciprocità,possibilità,esistenza e necessità.

Ma tutte  queste categorie non comportano una frammentazione dell’Intelletto?

Per evitare che avvenga tale scissione si abbisogna di una UNITA’ Suprema che sintetizza tutto.

Tale unità è detta IO PENSO o Appercezione Trascendentale dove l’io rimane sempre cosciente di se stesso.

Kant la chiama anche appercezione pura per distinguerla da quella empirica.

Che cos’è l’io penso?

L’io penso è una coscienza che supera ogni individualità, una coscienza universale. L’io è il legislatore del mondo empirico.

Quali i limiti dell’Intelletto?

L’Intelletto ci può dare solo conoscenza fenomenica mentre la Ragione tende a giungere all’essenza delle cose con pretese che la fanno cadere in errori in cui Kant tratta nella <<Dialettica trascendentale>>.

Perché la Ragione cade in errori?

Proprio perché tenta di trovare soluzioni trascendenti mentre  le regole sono trascendentali.

Cosa Kant si prefigge?

Di operare un’analisi critica per mettere in luce i sofismi della Ragione come il confondere l’unità formale dell’io in anima.

E le critiche alla psicologia razionale o studio dell’anima?

La Ragione usa l’anima, una pseudo entità come fosse una sostanza. La Ragione usa categorie dell’Intelletto impropriamente, non considerandole come trascendentali ma come trascendenti.

Per Kant quindi Dialettica è sinonimo di sofismo o avventure sbagliate della ragione.

L’intelletto può mirare solo al mondo dei fenomeni mentre la ragione pretende, pur essendo trascendentale, di guardare al trascendente.


Ricapitolando, Kant ha dimostrato con chiarezza inequivocabile che l’Intelletto ordina il mondo ma non piò superare l’esperienza, onde si propone nella MORALE di dar adito alle ragioni non propriamente conoscitive, teoretiche ma etiche perché il mondo del “noumeno” o pensabile resta problematico e irrisolto dall’intelletto prettamente razionale.


Quale base deve avere la Morale?

Nella Fondazione della Metafisica dei Costumi, 1785, ci dice chiaramente che nessun principio utilitaristico ed edonistico può fondare la ns. azione morale.

Nella <<Critica della Ragion Pratica>> del 1788, riprende la DOTTRINA DEL METODO, perché?

Proprio per legare l’attività morale o pratica, è la stessa cosa, con la ragion conoscitiva perché tutto ciò che è impossibile dimostrare con le forme rigorose dell’intelletto -dalla libertà a Dio- deve esser considerato come enunciato d’azione morale.

Quindi c’è unità tra la Critica Teoretica e la Ragion Morale.

Perché non è possibile fondare la morale sull’utilitarismo? Proprio perché ogni cosa che torna utile al singolo esula dal rigore morale che deve esser universale.

Qual è l’imperativo allora della direttiva pratica?

Se la morale deve esser rigorosa, deve esser da noi voluta. In tal caso è a priori perché non influenzata dal nostro rendiconto.

Cioè?

Deve rispondere all’imperativo categorico, universale, apodittico del TU DEVI.

Ma allora esiste solamente il TU DEVI nel ns. agire?

No, esso si basa anche su altri imperativi detti però IPOTETICI che non fanno la vera Morale ma sono proprii di altre morali quali edonistiche, utilitaristiche, eudemonistiche.

Cos’è un imperativo ipotetico?

E’ un imperativo «morale», tra virgolette, che noi usiamo in vista di un effetto pratico immediato. Ad es. il medico che guarisce il paziente -ipotetico d’abilità- oppure di prudenza: il risparmiare in gioventù per la vecchiaia. Sono imperativi, gli Ipotetici, legati ad un fine pratico più o meno immediato.

E quelli categorici?

Sono a priori perché non condizionati da cause contingenti e sono tre:

Universali: agisci solo secondo quella massima che tu  nello stesso tempo puoi voler divenga legge

Della Persona come Fine: agisci in modo da trattare l’umanità nella tua persona come quella d’ogni altro, come un fine, mai come un mezzo

Dell’Autonomia: agisci in modo che il tuo volere debba esser considerato come fondante una legislazione universale.

Perché sono validi?

In quanto sommano UNIVERSALITA’, DIGNITA’, AUTONOMIA e quindi a priori, universali e nascenti dal TU DEVI.

Che cosa ne discende?

Una morale non legata agli avvenimenti  e il carattere del BENE che dipende non dall’oggetto, dalla cosa bensì dal mio volere attuare il dovere nella sua forma pura o FORMALISMO ETICO (tu devi semplicemente perché devi):

<<Dovere al fine di Dovere>>.

Cosa significa in quest’ottica Agire?

Non esser rispettosi della legalità per l’esteriorità ma attuare, come disse ROUSSEAU, la moralità che è in ognuno. Agire per il bene morale significa esser nella volontà buona, entrare in una nuova dimensione atemporale che significa ricongiungersi con  gli spiriti morali: il Regno dei Fini.

E la libertà?

E’ di due tipi:

una condizionata da esigenze naturali, biologiche etc mentre quella vera è riassuntiva dell’essere culturale e morale che conduce al concetto puro di libertà.

Perché è possibile la libertà?

Perché l’uomo è libero in quanto è nella condizione di dovere e può divenire un virtuoso.

Ora Virtù legata a Felicità danno IL SOMMO BENE e da qui immortalità dell’anima ed esistenza di Dio ma ambedue sono postulati -postulo in latino significa io chiedo- non dimostrabili.


La terza grande opera è La Critica del Giudizio del 1790. Non è strutturata come le antecedenti bensì si basa sul soggetto per le facoltà di giudizio quale il finalismo in Natura.

Il giudizio determinante opera scientificamente come l’intelletto, dall’universale al particolare, mentre il giudizio riflettente ha bisogno di un principio che non si può ricavare dall’esperienza. Noi infatti tendiamo a vedere un fine nell’opera della Natura. Poi abbiamo il sublime matematico detto così perché <<è al di là di ogni comparazione>> come un cielo stellato, mentre il sublime dinamico ci incute timore come l’eruzione di un vulcano.

La Sublimità non è comunque una cosa ma sta dentro il nostro animo.

Enrico Marco Cipollini