Sgualcire di Mario Di Nicola

Sgualcire

Sorpassavo alberi di nespole,
nel viaggio verso te,
e sapevo che saremmo stati fievoli.
Il tempo di un sospiro degli occhi.
L’inganno dell’amore è credere di amarsi
sempre.
Mentre il tempo sgualcisce le anime.

Mario Di Nicola

2013 copyright © tutti i diritti riservati

L’antagonista – Mario Di Nicola

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L’antagonista

Nei letti brulli
d’assetati fiumi,
propongo versi a chi amo.

Inerme,
lei ode.

Arriva sterile al mio destino.
Altra bocca
eccitata,
le porge ammaliante
intonato verso.

L’amore è diafano alla foce.

Nel mentre,
s’accostano nuove stupite orecchie,
come vogliose sorelle.

Sono poeta,
ma di un tempo ristretto.

 

Mario Di Nicola

2013 copyright © tutti i diritti riservati

L’ERMETISMO di Mario Di Nicola

L’ERMETISMO di Mario Di Nicola

So perfettamente quanti studiosi, poeti e letterati hanno discusso, relazionato e trattato il tema “ermetismo” fino ad oggi, per cui la mia umile opinione rappresenta solo un atto d’amore verso una corrente letteraria che ho inserito come musa del mio operato e che mi accompagna da quando ho racchiuso nel palmo della mano la penna del “poeta” (parolona…). Molto si è detto e il mio intento è solo cercare di far avvicinare a questo scenario letterato menti, anime, occhi dei tanti: forse una missione impossibile da realizzare, ma ogni impresa “impossibile”, parte da una piccola idea).
L’incontro dell’anima verso l’Io interiore (contrastante a quello D’Annunziano marcatamente umanizzato alla “territorialità” del vivere) traslato al concetto di universale non necessariamente solo divino, il perseguire la conoscenza astratta delle emozioni, attraverso il lume della conoscenza naturale del respiro dell’uomo (inteso come presa di coscienza dello stato di uomo-universo) e il permearsi della realtà attraversata come viaggio rivelatore, fanno dell’ermetismo scritto una linea di meditazione che va dall’“ombra” umana, nella stessa esistenza prettamente consolidata nel “vissuto”, a quella del voler vivere attraverso sfumature, simboli, immagini, stati di fatto “gelati” nel momento del sentire. L’ermetismo nato come descrizione del non “al sole” diventa nel corso del tempo letterario la raffigurazione di una grande quantità di stati d’animo, che volutamente vengono velati dal sentire proprio di chi appone sulla carta la propria intelligenza. Spesso descrivere il tutto fa sfumare l’essenza di quello che si cercava di dire, per cui la brevità della descrizione o meglio l’astrattezza dei paragoni, l’emblematicità di una parola quasi messa fuori posto scrivendo, rappresentano lo specchio a cui per forza della ragione d’essere bisogna riflettersi per cercarsi nella globalità del facile dialogo. Chi lo fa diviene “oscuro”, ma a ben guardare lo studio intrinseco dell’anima, non astratta o “ariosa” come spesso si suole sentire, traspare nell’ermetico: la fierezza di una parola come madre di una storia intera, il titolo di una poesia come la poesia stessa (Ungaretti dava grande importanza ai titoli delle liriche), una riga come il solco tra il nulla prima e il nulla dopo aver letto. Bisogna far partire la strada dell’Ermetismo dall’involucro sociale vissuto fino al momento della coniazione del termine. Sovente leggo che l’ermetismo è una corrente insita nel decadentismo italiano, o meglio quasi una costola dello stesso e non sempre mi trovo in linea con tale affermazione. Nel decadentismo, come lo conosciamo nella nostra letteratura, il vivere quotidiano dimena verso la “perdenza” della condizione sociale o umana a favore della materialità del vivere reale, dal fato descritto come rivelatore non corruttibile, per questo Dio incontrastato della situazione “vitale” dell’autore e del lettore, facendo preda ogni sorta di slancio intuitivo non logico, rivolto all’impalpabile. Il decadentismo produce una riflessione civilizzata (rivolta all’uomo stesso) dove il personaggio o protagonista secerne una dimestichezza del vivere qualunque sia il suo stato. L’ermetismo va oltre, produce sviluppi nell’indagare la stazionarietà del vivere una condizione, nell’incesto figurativo del violentarsi, nel descriversi, nel descrivere ciò che è raffigurato nella propria immaginazione; il tutto deborda in un momento da non collegare a nulla o a ulteriori approfondimenti, a circoscrivere una metafisicità dove non vi sono interlocutori se non se stessi. “L’ombrosità” dei concetti (l’ermetismo è anche stato considerato per pochi eletti e di difficile comprensione per la moltitudine) è soltanto il richiamo dell’anima, intesa come intelligenza comparativa, dell’uomo nel guardarsi e non nel farsi guardare. Il cercare l’essenzialità nella sola parola, trasfigura l’ardito compito di svelarsi al mondo con piena lucidità d’intelletto: l’ermetico non è oscuro, ma è portavoce dell’animo nudo, del selvaggio e sintetico viaggio dell’uomo. L’ermetismo è la rappresentazione dell’uomo moderno, anche se la corrente nasce nel passato: le tematiche nella battaglia all’eloquenza del narrare, alla battaglia alla sublimazione del “vate” poetico, conferiscono ai poeti ermetici la fortuna d’aver iniziato il cammino della ricerca, cammino a mio avviso ancora in essere.

Di seguito alcune liriche:

Salvatore Quasimodo

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Carlo Betocchi

Rovine

Non è vero che hanno distrutto
le case, non è vero:
solo è vero in quel muro diruto
l’avanzarsi del cielo

a piene mani, a pieno petto,
dove ignoti sognarono,
o vivendo sognare credettero,
quelli che son spariti…

Ora aspetta all’ombra spezzata
il gioco d’altri tempi,
sopra i muri, nell’alba assolata,
imitarne gli accenti….

e nel vuoto, alla rondine, che passa.

Sottovoce
di Alfonso Gatto

Una sera di nuvole, di freddo
e di luce che spiega ad altro il senso
della mia vita, questo vago accordo
di memorie in sordina, sottovoce
di me, di te, poveramente assortiti.

Si resta a volte soli nella veglia
di un racconto sospeso, allora soli,
ignoti l’uno all’altro, ed ora uniti
dal ricordo che un nulla ci divise.

Il rammarico punge, se mi dici:
“bastava che quel giorno…” ti sorrido
con la mesta sfiducia di sapere
che mai giunsi per tempo, che geloso
di te, del tuo passato, almeno vedo
il tuo sguardo d’amore al primo incontro.

Ma forse è giusto credere che allora
tu m’avresti perduto:
come un ragazzo che si lascia indietro
nella paura d’esser felice.

Vittorio Sereni

Colgo il tuo cuore se nell’alto silenzio mi commuove un bisbiglio di gente per le strade.

Giovanna e i Beatles
Nel mutismo domestico nella quiete
pensandosi inascoltata e sola
ridà fiato a quei redivivi.
Lungo una striscia di polvere lasciando
dietro sé schegge di suono
tra pareti stupefatte se ne vanno
in uno sfrigolìo
i beneamati Scarafaggi.

Passato col loro il suo momento già?

Più volte agli incroci agli scambi della vita
risalito dal niente sotto specie di musica
a sorpresa rispunta un diavolo sottile
un infiltrato portatore di brividi
– e riavvampa di verde una collina
si movimenta un mare –
seduttore immancabile sin quando
non lo sopraffanno e noi con lui altre musiche.

Attilio Bertolucci
Paese d’inverno

Che il sole dopo la neve
appaia, e le nuvole si tingano di rosso
come schiave: la neve sui tetti
un rossore colorirà, guancia di principessa.
S’alzi un leggero vento
e spenga l’acqua, che s’era addormentata,
con assonnata voce di pastore;
escano fanciulle con scialli,
lampeggiando gli occhi neri,
e improvvisamente corrano punte dall’aria
simili a uccelli che s’alzino a volo.
E gli zingari rubino ragazzi.

da Quaderno gotico
1947
Poesie di Mario Luzi


Vibra il cielo, il giacinto effuso cade

VI

Vibra il cielo, il giacinto effuso cade
fra le brune pareti, l’aria spira
nelle vesti, una nube mi pervade,
quale insidiosa presenza respira?

Una rara vertigine è passata
sulla fronte, ecco, un fuoco vivo piove
fuso con l’ombra quieta e animata,
un’essenza invisibile si muove.

Ah sei tu che hai sfiorato lesta il cielo
della sera. Così se una figura
sparisce in una porta, spazia un gelo
di morte ed una lucida paura.

Sei passata di là dove la rondine
s’awenta nella via, un piede romito

rompe il velo di luce sopra il lastrico,
chiama il buio, dilegua nell’udito.

Ungaretti

DUE NOTE (1927)

Inanella erbe un rivolo,
Un lago torvo il cielo glauco offende.

Eugenio Montale

Cigola la carrucola del pozzo

Cigola la carrucola del pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

Questi nomi che forse più di tutti hanno marcato con le loro opere l’ermetismo, con la capacità della descrizione, l’affranco delle idee al cospetto delle emozioni, il cielo cadente nelle pagine, raffigurano secondo me il pensiero travolgente del poeta “ermetico”; incessante è la ricerca della descrizione della parola come cemento per mura, per incollare lo stupore del vivere alla rappresentazione di vita vissuta, la percezione dell’animo attraverso il viaggio della scoperta, il faldone della consapevolezza dell’inconscio al mutarsi degli eventi. Anche l’uso “improprio” dei vocaboli a dispetto del significato stesso denota la volontà di appropriarsi del tutto della condizione mentale, al fine di disegnare con sbavature allegoriche l’esterno.
La poesia diviene il simbolo della vita, nel perpetrarsi delle forme più attendibili dello spirito, diviene realtà circostante a dispetto della razionalità esistente: con sole due righe trasforma un foglio bianco in un mondo pieno. La raffigurazione di paesaggi, la descrizione di personaggi ed eventi esplicitamente pervasi con cinica cronologia  dalla sensazione interiore, divengono percorsi obbligati alla comprensione della condizione sociale raffigurata, spesso materiale;   il senso della “frase” protende verso “il vero”, alla paternità delle emozioni poetiche: l’ermetismo diviene realtà. Si assiste quindi al traghettamento dell’oscurità del messaggio ermetico alla semplice descrizione di un attimo che, nella quantità di stati d’animo del lettore, riflette la semplicità di un’intera esistenza, senza veli.
Il “nudo” del poeta ermetico, erroneamente considerato egocentrico e geloso dal proprio divenire, sfiora i meandri della particolarità psicologica-sociale in genere. L’ermetismo è il distacco da forme precostituite, letterarie e umane, un binario perfetto per il rinnovo intellettuale, è velo dell’intelligenza descrittiva come forma definitiva di un’eloquente ricerca della visione moderna dell’uomo.
Concludo permettendomi di apporre una mia lirica, volutamente senza titolo, ringraziandovi per il tempo dedicato alla lettura .

 

Nudi,
siamo anime.

Mario Di Nicola