“Ali di cielo” di Annamaria Vezio – recensione di Enrico Marco Cipollini

 

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Prefata da Dante Maffia, la silloge si dipana su tanti e sovra tutto svariati e speziati temi i quali hanno, sebbene le poesie non siano tutte dello stesso spessore, un comune denominatore che è la trascendenza –il titolo non è messo a caso- da un mondo dominato dal tempo edace e costellato più da dolori che gioie per cercare una dimensione di pieno amore, una ricerca tramite il lògos poetico della comprensione dell’essere in quanto la verità non si nasconde più ma si disvela nel senso greco del verbo. Tolto il velo dell’apparenza alla mondanità, il sostrato che mai non muta è il dolore, la sofferenza, la gioia, il valore degli affetti: ciò che l’Autrice chiama «essenza della persona» non vista come mezzo, strumento ma quale fine a sé stante.  Sia ben chiaro, noi non leggiamo il mondo ma il nostro mondo, non appercepiamo le cose ma le nostre cose, i nostri desideri e non delle astratte esigenze e nella poesia, linguaggio anti-reificante per antonomasia, domina il cosiddetto “fantasma iconico” che, detto in altre parole, non è altro che la diversa capacità significativa della parola. Impossibile quindi “oggettivizzare” la poesia, impossibile a tradursi in altro linguaggio.  Il critico e il lettore si limitano a interpretare e non a trovare “il vero oggettivo”, tipico della scienza, ma tale apparente limite è la forza, la vis insita della poesia: troviamo individualmente i nostri vissuti, le nostre esperienze e le facciamo in tal modo nostre. Viviamo la creazione poetica tramite i nostri personalissimi vissuti interiori, i nostri bagagli culturali, la nostra sensibilità.  L’elaborazione finale non è del poeta che potrebbe esser anche anonimo ma di chi usufruisce della poiesis: sono i vari livelli interpretativi del Soggetto che recepiscono e fan poesia, si potrebbe azzardare pur restando la forma del bello in sé.

Nella poesia di Annamaria  Vezio c’è un linguaggio che aspira ad una trascendenza religiosa ma, al di  là di certa “metafisica”, s’avverte il mondo concreto e vitale dell’Autrice.  Sono esperienze concrete, reali che la muovono a cimentarsi nell’ars poetica, è una vita dolorosa ma che mai mette  in dubbio la vita che -nonostante tutto- ama: molto lontana dall’olimpica serenità di uno spirito assoluto (nel senso vero dell’etimo latino, slegato). Il suo volo verso una dimensione spirituale nasce da una sublimazione dei Vissuti (Erlebnisse è intraducibile), è una necessità d’armonia che disperatamente cerca, un Amore con la maiuscola che sia eterno, puro, incorruttibile. Un Amore che vive quindi nell’ottica spirituale e si mescola a quello cristiano ma non si limita ad agape bensì è sovente “desiderio” sensuale sebbene trasposto.  Quindi lirica che, oltre a certa acmé metafisica, è concreta, verace, coinvolgente. Ma ciò che credo sia una delle chiavi interpretative è il mare come divenire e nel contempo sempre eguale. Si direbbe la unità degli opposti che crea l’identità: il divenire nell’essere. E il divenire porta seco la problematica del Tempo. Il tempo che scandisce i nostri momenti “passati-presenti” (in quanto riaffiorano: non siamo che la risultante delle esperienze precedenti) e i “presenti” che danno la spinta di elevarsi dal quotidiano affinché il tempo così si fermi in “attimi eterni” dove l’anima possa dilatarsi e così “riviva” quelle occasioni perdute. In breve à la Proust, la ricerca del tempo perduto non è altro che ritrovare e liberare il passato, un tempo liberato. Al lettore l’ultima parola, tali sono soltanto spunti per una lettura più profonda.

Enrico Marco Cipollini

Annamaria Vezio, Ali di cielo, Novi  Ligure, Litho Commerciale, 2015, pp.120, € 10,00

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“Castelnuovo, terra di canti e di suoni, di miti” di Antonia Izzi-Rufo – recensione di Enrico Marco Cipollini

 

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Ha ragione il prefatore di tale libro di etno-antropologia in senso lato: «scrivere la storia di un luogo è l’unico modo per salvarlo dall’oblio». Tale frase implica il concetto di memoria, che è fondamentale per il concetto di identità. In fondo l’autrice si pone il problema implicitamente: chi siamo? Dati gli sconvolgimenti demografici, i borghi sono ormai abitati da poche anime e ciò fa parte del processo di globalizzazione che tutto distrugge e che nulla salva, neanche la memoria individuale e collettiva che forma la Storia. La globalizzazione infatti non è un processo neutro ma tende a sradicare le origini, la storia individuale ed esistenziale di ciascun uomo, dicendo che siamo tutti uguali. Questo falso egualitarismo nasconde un disegno molto preciso: siamo tutti uguali in quanto capacità di consumo e produzione, non come uomini pensanti e storie individuali con i nostri vissuti. L’acutezza di Antonia Izzi-Rufo svela tramite questo libro di cultura antropologica in senso lato il disegno dall’alto imposto, rivalutando i luoghi della sua memoria e affermando la propria identità di essere. Iniziando dalla storia di Castelnuovo, giunge a farci comprendere che cosa sia la natura, il bello, l’armonia, il vivere in comunità dove l’uno sa dell’altro ma alla fine ognuno si aiuta: non è anonimo. Propriamente la nostra Autrice risente della narrativa e smorza temi di natura scientifica con i suoi voli radenti sugli affetti e le vicissitudini del borgo, usando spesso espressioni dialettali il che rende il suo raccontare meno formale e più aperto a cogliere le esigenze umane e vivide di una comunità in un contesto vivente, umano. Dopo la toponomastica, l’origine dei nomi, i monumenti, Ella si addentra nel mito del Cervo (Gl’ Cierv’) cui dedicheremo ampio spazio. La ringrazio di aver citato sia l’amico Stamatis che il sottoscritto su Pan. Tale è una forza primordiale, personificazione della Natura con i suoi appetiti, con le sue esigenze e i suoi bisogni. Natura deriva dal latino nasco – nascere, come in greco è la physis dal verbo phyo cioè l’inarrestabile divenire onde nascere crescere morire. Cicli eterni , archetipi che il latino riprende nel verbo fio. Avendo studiato grazie all’autrice il fenomeno così esoterico del Cervo non lo accosterei solo a Pan ma visto che la celebrazione cade in febbraio lo vedo legato più ai lupercalia latini, il risveglio – dopo i mesi invernali della sessualità prorompente. Lupercus è un attributo del dio Fauno: protegge le greggi, le ingravida e – legato molto ai riti del carnevale – ha un aspetto orgiastico. Pan lo vedo invece progenitore di Fauno, il dio che vive come un satiro, cercando ninfe per ingravidare e soddisfare i suoi appetiti – in fondo rivisitazione latina di Pan, che diventa con le sue corna e i suoi piedi caprini il diavolo nel cristianesimo. C’è da notare come Pan si faccia morire con l’avvento della nuova religione, così come a febbraio i Lupercalia sono sostituiti dalla leggenda “romantica” ed edulcorata di un certo vescovo Valentino che sposerebbe pagani e cristiani. Ma mentre nel cristianesimo Eros è Agape, nella forza virile dei pagani Pan, Fauno e Lupercus sono eros, forza della natura, procreazione, vis naturae, il che rimanda a Dioniso, ai misteri, al latino Bacco , alle menadi e baccanti. Il Cervo entra in paese e spaventa panicamente gli abitanti. Si accoppia con una cerva, ma non è soddisfatto e dovrà essere la magia dell’uomo a purificarlo, sacrificandolo. Sacrificio tipicamente pagano che rimanda a una purificazione della nuova stagione che si preannuncia e ha la forza interiore dell’uomo pagano che cerca il demiurgo come ente supremo. Ma torneremo su tale argomento in modo più approfondito. Belle le pagine su Charles Moulin noto artista vissuto a Castelnuovo e all’intellettuale Giaime Pintor che perse la vita per un anelito di libertà. Il libro si chiude sul brigante buono, come lo furono tutti o quasi, Centrillo che in realtà era Domenico Coia. Libro scorrevole, umanissimo che ci rimanda alla ricerca delle ns. origini. Ci vogliono deprivare della memoria così diventiamo automi. A tal dettato A. Izzi-Rufo risponde con un rifiuto, rivalutando la  storia come prodotto umano.

Enrico Marco Cipollini

Antonia Izzi-Rufo, Castelnuovo, terra di canti e di suoni, di miti, Il Convivio, p.100, €12,00

“Analisi dei Rapports cabanisiani. Antropologia filosofica” – Il nuovo libro di Enrico Marco Cipollini

COVER NUOVA CABANIS

Enrico Marco Cipollini

Analisi dei Rapports cabanisiani. Antropologia filosofica

Quarta edizione marzo 2015

 Tale libro è la rivisitazione della 3^ ristampa pubblicata da L. P. E. nella collana «studia universitaria» e si prefigge di riportare alla luce l’ideologo Cabanis, il quale, nonostante la grande influenza esercitata sulla scienza e la filosofia, è stato volutamente misconosciuto. Il perché è affrontato in tale saggio. Già il termine ideologia si contrappone a psicologia in quanto il primo dà adito allo studio dell’anima – psyché – quindi una concezione tradizionale della psicologia come scienza dell’anima. L’ideologo Cabanis, figlio dei filosofi dei lumi, non guarda all’ontologia bensì all’osservazione dell’uomo concreto agente in un contesto altrettanto concreto. Riprendendo dall’empirismo lockiano e dal suo sviluppo sensista condillachiano, formula una psicofisiologia ovvero inserisce nella speculazione filosofica la fisiologia per meglio realizzare il suo progetto, una inter-relazione fondamentale esistente tra mente e corpo, tra moral et phisique dell’uomo. Relazione fondamentale, fondando su prove la scienza medico-psicologica come oggi la intendiamo. Il Nostro rompe con lo schema dell’obsoleta e tradizionale filosofia e medicina (per questo lo si trova sia nei libri medici che in quelli filosofici) che aveva demarcato il regno del fisico e dello “spirito”. Non a caso Lamarck, Darwin, Spencer, Charcot, Breuer, Freud sino agli studiosi contemporanei lo citano espressamente o si rifanno alle sue intuizioni e idee espresse nelle dodici memorie che costituiscono i Rapports du physique et du moral de l’homme. In effetti Cabanis sottopone l’uomo concreto ad un’indagine scientifica e dettagliata, un’analisi tipica come si riscontra nella chimica: scomporre, decomporre e riunire l’uomo e il suo pensiero che risentono delle variazioni dell’organismo secondo l’età, il sesso, le malattie, il clima e altre variabili. Solo da qui «si sviluppano il pensiero la volontà, le passioni» (Felice Mondella,1971) dell’uomo nelle pagine magistrali che l’epistemologo e medico dedica al Nostro sulla riforma della medicina. Non l’unico studioso ad approfondire tale aspetto della ripresa dello spirito ippocratico della medicina ovvero non più arte ma scienza (e non sapere libresco). Tale, per statuto, non dogmatica o fideistica, si deve basare su fatti suscettibili di sperimentazione, su fondamenta biologiche e fisiologiche, giungendo così ad affermare che «il morale non è che il fisico considerato sotto certi punti di vista più particolari». Il retroterra filosofico e medico è ricco: da Locke a Condillac, ai grandi scienziati quali Haller, Sthal, la Scuola di Montpellier nonché i fertili dibattiti che si tenevano tra i philosophes e non solo (ad esempio Franklin che fu definito da Hume ,”il primo filosofo d’America”) che si tenevano ad Auteil nel salon di madame Helvétius. La parte fondamentale dell’opera cabanisiana è trattata dalla quarta alla decima memoria. Si formula la tesi di un uomo interiore dell’impressioni “non percepite” ma «inconnues, inapperçues» che diverranno tali, con Janet, inconscio. Dalla medicina come arte a medicina come scienza sino alla nostra conclusione per una concezione globale e non astratta, antropologica dell’uomo.

 Sommario

Introduzione

Capitolo I

Breve notizia su Pierre-Jean Georges Cabanis

Capitolo II

Analisi della “Préface”

  1. Cabanis e la filosofia di Cartesio
  2. L’autonomia della medicina

Capitolo III

Considerazioni cabanisiane sullo studio dell’uomo,

della medicina e della filosofia

  1. Le scuole mediche e il problema della sensibilità
  2. L’Opera di Lamettrie (o La Mettrie)
  3. Sensibilità e irritabilità
  4. Le impressioni “inapperçues”
  5. Gli istinti e il sentimento

Capitolo IV

“Moral” e “Physique”

  1. L’homme intérieur

Capitolo V

Condillac e Cabanis

  1. Critiche cabanisiane al “padre del sensismo”

Capitolo VI

Per una filosofia della materia

Capitolo VII

Il sesso e la sua influenza sulla psiche

  1. Sesso e genere
  2. Le varie epoche dello sviluppo sessuale e anomalie

Capitolo VIII

L’influenza dei temperamenti

  1. I temperamenti

Capitolo IX

L’influenza delle malattie sulle idee e sulla sfera affettiva

  1. La tradizione medico-alchimista
  2. La malattia come crisi dell’intera «organisation du physique et du moral»

Capitolo X

Il “régime”

  1. L’influenza dell’opera di Montesquieu
  2. La teoria della relazione tra clima e natura umana
  3. I moderni studi antropologici sul clima e sul “régime”

 Capitolo XI

L’influenza dei climi sulle abitudini morali

  1. L’antropologia di Helvétius e la teoria del clima
  2. Cabanis e Buffon: affinità e divergenze

Capitolo XII

La vita animale: l’istinto, la simpatia, il sonno e il delirio

  1. La vita animale
  2. “L’organisation”
  3. L’istinto
  4. Della simpatia
  5. Il sonno e il delirio
  6. Il sonno in particolare

Capitolo XIII

Il progetto si un nuovo trattato delle sensazioni

  1. I temperamenti acquisiti

Conclusione

 Bibliografia essenziale

 

Titolo: Analisi dei Rapports cabanisiani.

Autori: Enrico Marco Cipollini

Editore: Litho Commerciale

Collana: Eos

Data di Pubblicazione: Aprile 2015

Prezzo di copertina: € 20,00

Info e ordini:

ludovica@lithocommerciale.com

“Friedrich Wilhelm Schelling” di Enrico Marco Cipollini

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(immagine freeweb)

Friedrich Wilhelm Schelling (breve esposizione essenziale)

 

Tale Filosofo è considerato il classico della filosofia romantica, ed è vissuto in Germania, dove nacque nel 1775 e si spense nel 1854 a San Gallo, nella città di Bad Ragaz.

A differenza di Fiche che mantiene ancora forti legami con il Criticismo kantiano (coscienza da una parte, contenuto dall’altra. Il famoso problema kantiano, in breve, tra fenomeno e noumeno o cosa in sé che ritorna in Fichte), Schelling aspira all’infinitezza, immergendosi nella realtà stessa e considerando il tutto come attività intuitiva per non dire dell’attività estetica che produce arte, il sommo organo della filosofia.

Il Nostro dissente da Fichte, per molti versi ancora kantiano e anche perché tale considera la natura come semplice «non-Io», una creazione involontaria dell’IO o Spirito, mentre Schelling vede la Natura non come un semplice non-Io bensì come momento inconscio della vita della Ragione.

Ne discende che sia la vita della natura che quella prettamente spirituale sono coincidenti in quanto lo Spirito e la Natura non son altro che due aspetti della vita stessa.

La Natura quindi non è che spirito pietrificato, vita latente ma dello stesso statuto ontologico perché spirito anch’essa. Onde per cui Schelling estende i caratteri dell’Io alla Natura e così il reale assume due poli antagonisti: uno negativo e l’altro positivo. Tutto si basa su forze contraddittorie che raggiungono un equilibrio, così come l’individuo il quale è, di fatto, anch’egli un “equilibrio di forze antagoniste ed opposte”. Natura e Spirito non sono altro che due facce della stessa medaglia, in nuce.

Secondo il Filosofo romantico per antonomasia tutto tende all’Assoluto il quale è identità di Spirito e Natura, di Soggetto e di Oggetto.

La Natura raggiunge il suo massimo limite con l’apparizione della sensibilità del mondo animale; tende -la Natura- ad un suo fine e per questo la Natura non è che spirito che noi possiamo vedere, toccare etc. Sono dei gradi evolutivi insomma: dal più semplice si tende ad evolversi in un disegno più articolato e complesso.

La Natura è solo spirito inconscio mentre lo Spirito è conscio, consapevole di esserlo. Questa «indifferenziato» tra “Natura e Spirito” lascerà dubbioso il grande Hegel, suo compagno di studî allo «Stift» di Tubinga, che acutamente farà rilevare e in modo assai mordace tale “problema” –tra virgolette- con l’ironica e mordace frase che ivi riportiamo: «..le vacche di sera appaiono (sono) tutte bige». Compagno di Hegel e Schelling a Tubinga fu il divino Hölderlin, il grande poeta che dialogava con gli dèi…

La filosofia schellinghiana è detta anche idealismo estetico e <<idealismo trascendentale>>, proprio perché ha il fine di esprimere i procedimenti dello sviluppo della Natura per renderli identificabili allo Spirito in quanto Idealismo Trascendentale significa soprattutto AUTOCOSCIENZA DELLO SPIRITO.

I gradi di sviluppo di tale autocoscienza spirituale sono enucleati in codesto modo dal Nostro filosofo che identificò l’arte con la filosofia in quanto ambedue creano: sia l’artista che il filosofo sono artefici, demiurghi del loro fare. Ma ritornando ai gradi di sviluppo dell’auto-coscienza spirituale, essi sono rappresentati dapprima dalla Sensazione o sentire tramite i sensi poi ne consegue l’Intuizione o capire l’oggetto della coscienza ed infine la Riflessione che  è il massimo grado dello Spirito teoretico.

Onde per cui l’attività teoretica parte dalla sensazione per giungere all’intuizione sino alla riflessione dei problemi, ossia all’AUTOCOSCIENZA che presume anche un’attività morale, pratica.

Ma grande rilievo, come abbiamo anticipato, in Schelling, ha l’attività estetica, da qui il suo Sistema detto anche “Idealismo Estetico”

In effetti giunge a tale conclusione dopo il ragionamento che riportiamo in breve:

l’aggregato di vita conscia ed inconscia ove vige tregua tra le polarità opposte  sfocia nell’Arte: unico ed eterno organo del filosofare. L’Arte è il fulcro della filosofia. Come l’artista crea opere d’arte, il filosofo crea il mondo e raggiunge l‘Assoluto.

Comunque il Nostro Filosofo nella sua opera datata 1809 ovvero Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana, giunge ad una densa e drammatica problematica ove, riprendendo dal misticismo propriamente germanico, cerca di spiegare il male nel divenire dell’Ente supremo spirituale. È una vera e propria svolta del pensiero schellinghiano la quale sfocerà in una complessa e drammatica cosmologia. I suoi vasti interessi (la mitologia, l’estetica e via dicendo) e le sue profonde intuizioni influenzeranno, e non poco, i pensatori novecenteschi e per i conflitti presenti nella sua opera anche l’esistenzialismo, sovra tutto quello jaspersiano.

Enrico Marco Cipollini

“Fichte” di Enrico Marco Cipollini

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(immagine freeweb)

 FICHTE o dell’insufficienza teoretico-gnoseologica

e della divisione filosofia–scienza

Il punto di partenza della filosofia fichtiana è la critica al concetto di noumeno kantiano, il caput mortuum della filosofia del grande pensatore di Koenisberg.

Kant ammette l’esistenza di una realtà in sé e poi la dichiara inconoscibile. Lo stesso fatto di ammetterla ne implica la conoscenza.

Cosa sostituisce del sistema kantiano? Innanzitutto alla metafisica dell’essere Egli sostituisce la metafisica dell’azione.

Per Fichte la filosofia si delinea in due correnti: il dogmatismo e l’idealismo:  il dommatismo è un modo di concepire il reale statico mentre l’idealismo è dinamicità. Il primo sarà scelto dai caratteri inerti, il secondo da quelli dinamici.

Il dommatismo parte dalla convinzione che l’essere è dato ed è rinuncia al pensiero mentre l’idealismo inizia proprio dal pensiero, tutto è in divenire, in atto.

Ogni fondamento saldo del pensiero è un atto dell’intelligere. Solo partendo dalla coscienza possiamo pensare sia a noi che a ciò che differisce da noi.

Pertanto tutto è attività.

Il centro della filosofia Non è più l’io legislatore ma quello creatore. Da qui l’idealismo vero e proprio.

E il fondamento del conoscere E’ proprio l’Io che pone se medesimo o <<tesi>> a cui s’aggiunge necessariamente la negazione o <<antitesi>> o ciò che non è Io ovvero non-Io, che è il mondo esteriore o natura.

La natura non è altro che Io che perde coscienza di sé. Il perché non lo spiega.

L’Io riprende coscienza di sé e si rende cosciente che ciò che aveva considerato non-Io o Natura, non è altro che proiezione di sé. Egli, Io, nella sintesi si arricchisce del superamento del non-Io. Ma ogni sintesi non è che un momento pertanto l’Io riprende, in tal tregua, slancio perché tutto è continuo divenire, un divenire incessante.

Ma la non-spiegazione teoretica della creazione della antitesi cosa comporta de facto?

Fichte si rende conto di non aver saputo spiegare in termini conoscitivi perché l’Io si dovrebbe creare il non-Io onde ricorre all’etica.

Quindi l’attività teoretica non basta a Fichte e deve ricorrere alla coscienza morale?

Giustamente. Perché l’Io pone il non-Io si può spiegare con la coscienza morale. E’ una teoresi mancata, si basa solo sull’attività morale, punto debole del filosofo allievo di Kant.

L’Io esiste, in breve, in quanto è azione onde per cui l’Assoluto non è l’essere ma il dover-essere. Il non-Io è un’attività non conoscitiva ma pratica. Infatti l’uomo non è solo natura ma soprattutto attività etica che porta alla libertà spirituale. L’Io infinito così si attua nell’io individuale od empirico per attuare l’IO PURO, una eterna dimensione.

E’ proprio con Fichte che assistiamo alla “ giustificazione” teorica(contro il grande Kant che diede possibilità di valore e di ricerca scientifiche, della scienza come indagine matematico sperimentale iniziata da grande Galileo) del divorzio scienza- filosofia. In Fichte, abbiamo visto, c’è l’assorbimento della Natura nell’Io e di conseguenza svalutazione del sapere scientifico come conoscenza e valore . Qua l’oggetto vien colto nell’identità con il Soggetto. Si badi che tale non è un processo critico o un’analisi accurata ma il risultato di un presupposto metafisico aprioristico. Solo l’IO diventa fonte inesauribile del reale e la forza di cogliere il valore conoscitivo(gnoseologia) è data dall’intuizione, scartando l’opera paziente e metodologica dell’uomo di scienza. La frattura tra Valore conoscitivo filosofico e scientifico è al culmine. Il primo solo merita, il secondo non possiede alcun genere di verità. Questa frattura tra Scienza e Filosofia troverà epigoni, purtroppo, anche nel secolo passato, si pensi a Croce.  Non tutti i filosofi aderirono a tesi discutibilissime come quelle idealiste e neo-idealiste ma la scissione non ha giovato al Pensiero.

Enrico Marco Cipollini 

 

“Viaggiarsi dentro”: la recensione di “La Ballata” Rivista di Arte e Cultura

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Recensione di “La Ballata” Rivista di Arte e Cultura

Solo l’uomo ha consapevolezza di morire. Proprio da tale constatazione basilare quanto essenziale si muove l’autenticità della filosofia più vera come preparazione alla morte in vita, come avverte Platone. Come risolvere la vita? Nel banale o nell’autentico? Che cosa è l’essere? sono le domande che la filosofia si è posta da sempre. È qui che l’Autore riprende il discorso, sondando gli abissi dell’ esistenza: come porci davanti all’iter dell’esistenza? Solitudine, Amore, Vita, Morte ascritti nell’arco della nostra esistenza, come nel celeberrimo frammento di Eraclito (il 38) . Davanti alle ingiustizie, al destino e alle morti più crudeli noi dobbiamo reagire in modo positivo e cercare la Vis che è dentro di noi.­­­ L’abbiamo tutti solo che è tanto manifesta che non la sappiamo vedere e dobbiamo rifarci (il libro inizia con tale frase) al più acuto psicologo, come il grande Nietzsche definì Dostoevskij: «Tutto è buono … Tutto. L’uomo è infelice perché non sa d’esser felice. Soltanto, solo per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nel medesimo istante» (dai Demoni). Bisogna cercarci per trovare la soluzione così esageratamente e disperatamente dentro di noi. Si brilla di luce propria o siamo persone che hanno bisogno di consenso, vogliono lo specchio per vivere, sono fatue. Vivono di riflesso; tolto lo specchio non esistono, non sono. La ricerca dell’essere, del to òn da Parmenide ad Heidegger e oltre è riservato a chi traluce e non alle persone” forme-specchio” chi conosce sé, non può desiderare il male, donde ne deriva il relazionarsi interiormente e andare verso l’altro da me, da qui il bisogno di riconoscere pulsioni e desideri inconsci, sepolti nel mal-essere mai riconosciuto, mai ammesso. Riflettere sul bisogno di ciascun uomo di prendere in seria considerazione e intimamente lo studio attento e intimo delle proprie fragilità. Quanto del nostro agire infatti è dettato dalle paure inconfessate e inconfessabili e dalle insicurezze di non essere presenti a se stessi, non strutturati a dovere. Da qui l’invito al viaggiarsi dentro badando bene di capire le paure e i limiti che nel viaggio e nel percorso di vita verranno presi in considerazione all’esame finale di ciascun uomo … c’è bisogno di non arrivare impreparati alla morte, c’è bisogno di farsi attraversare dall’inquietudine perché questa sia cassa di risonanza di un sentire vivo, una preparazione consapevole e dinamica alla vita e alla morte e quale miglior preparazione se non arrivare all’esame finale lucidi, dolorosamente consapevoli dei limiti ma anche delle conquiste fatte. Quanta luce, quale respiro nel rivendicare se stessi davanti all’atto finale della morte, lasciando agli altri la nostra memoria, il nostro percorso personale in eredità, il .nostro insegnamento ed infine il nostro affetto. Paradossalmente scoprendosi anima nuda e fragile ci si riveste del nobile mantello dell’umana fierezza d’essere, quell’essere uomo che piange e ride senza remore con lo sguardo attento all’anima pulsante. Un invito al viaggio dentro di sé per giungere all’unica vera Itaca: la percezione d’esser vita nella morte.­­

La Ballata

 

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