“L’incauto sfogo dell’altra metà” recensione di Enrico Marco Cipollini

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La verità, scrive nel primo racconto, non la cerchiamo così presi dal senso dell’esistenza tanto breve, divorata dal tempo, tantoché ci affanniamo a cercare la felicità ma tale è irraggiungibile, quindi meglio prodigarsi ad aiutare gli altri, così –seppur infelici– ci avviciniamo alla verità. Aggiungerei, senza coglierla mai. Sembra essere tale la filosofia portante dei sedici racconti che il poeta e rocker abruzzese Mario Di Nicola ha stilato. Sono varie situazioni ove la psicologia dei personaggi non è mai indagata appieno intenzionalmente: sono tratti di carattere piuttosto che ben si declinano con le situazioni. Assurdità voluta dall’immaginazione dell’Autore o veramente vissute e qua travestite per essere raccontate? In fondo è un falso problema chiedercelo; le “avventure psichiche “ qui narrate possono capitar a tutti noi e spesso è un assurdo volere razionalizzare l’uomo, la sua complessità, le sue metamorfosi: ascriverlo in un diagramma cartesiano dove le ascisse e le ordinate rischiano, nell’analisi umana, di sovrapporsi. Moralità, ambiguità, velleitarismo sono guardati dall’occhio scrutatore di Mario Di Nicola, senza ergersi a giudice. Non si erge moderno Solone e quindi indicare o porre un rimedio a ciò che siamo: poliedrici nel bene e nel male, mossi da pulsioni (eros assume una forte valenza in quasi tutti i brevi racconti), da una vita  interiore che ci sfugge tanto è conflittuale, magmatica e la nostra parte conscia è solo quella più visibile ma non la più vera o autentica.  Scorrevole e lineare la scrittura ci pone degli interrogativi (vedi “La razza Alaunt”) o nel bellissimo “ La Cura”, credo il migliore anche per originalità e stupore che assale il lettore. Una peculiarità è l’assenza di cattiveria e di malizia: anche l’episodio della moglie fedifraga rispetta in modo coerente il dettato dell’Autore: noi risultante di un mondo sommerso , l’altra metà che cerchiamo di tenere a bada per convenzioni sociali, moralità corrente presa come sacrale e dogmatica ma l’altro da noi spesso emerge. Siamo uomini, accettiamo la nostra “natura” così enigmatica.

La parola ora spetta al lettore. De hoc satis

Enrico Marco Cipollini

 

Titolo: L’incauto sfogo dell’altra metà

Autore: Mario Di Nicola Néorìa

Editore: Litho Commerciale

Collana: Novel

Data di Pubblicazione: Dicembre 2014

ISBN: 9788890970573

© 2014 Litho Commerciale

Pagine: 74

Formato: brossura

Prezzo di copertina: € 13,00

Info e ordini: ludovica@lithocommerciale.com

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PLATONE: IL FEDRO (o della Bellezza) di Enrico Marco Cipollini

fedro

(Immagine free web)

Il Fedro è uno dei più belli dialoghi platonici, uno dei dialoghi principe del «divino» Platone e prende spunto da un discorso di Lisia appena ascoltato da Fedro, il quale è convinto delle tesi esposte dall’oratore [Lisia].

Secondo tale è da premiare il dono di sé non a colui che ci ama con passione, bensì a colui che non ci brama in modo passionale poiché la prima condizione è indice di instabilità e gelosia, di istinti, di pulsioni, de facto, troppo terreni e bassi.

Ora, come al solito, Socrate riconosce immediatamente l’abilità oratoria, l’eloquio forbito di Lisia esposto da Fedro ma non è per nulla entusiasta degli argomenti esposti.

Come Lisia anche Socrate riconosce che Amore è brama di Bellezza ma Eros porta l’uomo al disordine, che rende basso ed “infido” l’oggetto amato per desiderio di possesso mentre, per Socrate, ciò che conta è la ragione che non deve esser offuscata da tali istinti.

In realtà le posizioni platoniche del dialogo non si discostano dall’abilità di Lisia, dal suo arguto eloquio.

Però, per Socrate, Amore è ”divina mania” ovvero furore edificante suscitato dalla divinità, onde il discorso platonico conduce alla natura dell’anima.

Se quella divina si può considerare perfetta, non vale lo stesso ragionamento per quella umana paragonata ad un cocchio alato di un auriga, cocchio trainato da due destrieri di diverso temperamento. Uno di codesti infatti è nobile ed armonioso, tendente verso mete celesti; l’altro, invece, indomito che guarda verso il basso, la natura terrena.

Le anime umane sono come tali cavalli o meglio, come l’auriga in balìa di tali forze avverse dominate da codesti destrieri.

C’è chi tende verso l’alto, chi verso l’istinto, per debolezza, per attrazione sensitiva.

Ma c’è di più in tale dialogo. Si parla della distinzione in quattro forme della divina mania  degli dèi: la prima è aspirazione poetica di Apollo, data da Apollo; la seconda è iniziazione religiosa sotto il segno di Dioniso l’ineffabile; la terza o del furore lirico sotto il segno delle Muse ed infine la quarta o la maggiore o più alta tra ogni forma dello spirito: la  follia dettata da Afrodite.

Il discorso della follia o, meglio, del furore è ricordare la reminiscenza dell’anima che cerca nella Terra la Bellezza in rimembranza, quella conosciuta un tempo.

È chiaro che nel Dialogo c’è il superamento del filosofare sulla retorica (di Lisia in tal caso).

In effetti i retori non guardano tanto alla Verità ma alla persuasione (come i Sofisti), a differenza del discorso filosofico che fa della ricerca  del Vero (alétheia) una vera e propria scienza rigorosa.

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C’è nel dialogo platonico, in tutto il dialogo, la cura amorevole verso chi ascolta, una vera guida verso la Bellezza, la Giustizia sotto il nome di Verità, donde si «intellige» il valore della parola, del verbo, del dire sulla parola cosiddetta scritta. Così l’ars poetica si riallaccia a quel proemio sull’amore su cui si incentra il Fedro.

Si assiste, alla fine, alla preghiera per gli dèi affinché diano la grazia della bellezza interiore dell’anima. Un’opera tale che manifesta una esperienza estetica indimenticabile e duratura ed in effetti ci piace ricordare alcune parole platoniche in particolare (250d):

nun dè kallos monon tauten èsche moiran einai kai erasmiòtaton

(Solo la bellezza ebbe la sorte di essere la più manifesta e la più attraente o, anche,”erotica”)

 Enrico Marco Cipollini