“L’incauto sfogo dell’altra metà”

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“…il senso dell’esistenza è pervaso dall’incauto tentativo di rapire il tempo. Le riflessioni in merito, portano a consumare una vita alla ricerca della felicità e mai della verità. Meglio prodigarsi a far felici gli altri. Non si è felici, ma ci si avvicina di più alla verità: costruire un destino per qualcuno è realtà, cercare di crearselo, è la ricerca inutile del diventare felice.”

Mario Di Nicola

Dalla prefazione:

Attratto dalla letteratura già in giovanissima età, Mario Di Nicola si dedica negli anni a quella che diventerà la sua passione primaria. Sono centinaia le poesie scritte, apprezzate n…egli ambienti letterari, molte quelle premiate nei concorsi a cui ha partecipato. Corona il suo sogno con la pubblicazione della silloge 310307 (Lettere Animate, 2012).

Lecito dunque domandarsi quale motivazione spinge un poeta a scrivere un libro di narrativa e quale sia il suo intento. Ci sono momenti in cui si sente l’esigenza di fermarsi a riflettere e analizzare la propria vita. Ciò non succede a tutti gli uomini, ma solo ad alcune in fine intellettualità (non intellettualismo), estremamente sensibili, che vivono nella continua ricerca del sé interiore. Mario è così, si guarda dentro, approfondisce, esplora anche il mondo che lo circonda, vuole nutrirsi. Non si accontenta, anzi è pronto per un altro passo, un’altra scommessa: non più pura poesia, ma narrativa. Plasma quindi questo libro con umiltà, intelligenza e astuzia, senza pretese, impiegando una scrittura estremamente discosta e non conforme alla sua indole poetica.

Non è un romanzo d’amore, neppure un intricato giallo, sarà un fantasy oppure un horror? Nessuno di questi o forse tutti? Le storie includono episodi intimistici o sono puramente frutto della sua fantasia? Non lo svela, non esprime giudizi, lascia il lettore libero di leggere, meditare, ridere, piangere… (continua)

Antonella Ronzulli

 

Titolo: L’incauto sfogo dell’altra metà

Autore: Mario Di Nicola Néorìa

Editore: Litho Commerciale

Collana: Novel

Data di Pubblicazione: Dicembre 2014

ISBN: 9788890970573

© 2014 Litho Commerciale

Pagine: 74

Formato: brossura

Prezzo di copertina: € 13,00

Info e ordini: ludovica@lithocommerciale.com

Platone. Convito (Symposion) o Simposio (dell’amore) di Enrico Marco Cipollini

cupido

(immagine free web)

Il Convito o Simposio porta il sottotitolo “dell’amore” e ha luogo in casa di Agatone per celebrare la sua vittoria nel concorso tragico dell’anno 416, assieme agli amici. Ebbri, per il vino bevuto la sera precedente, Erissimaco propone che ognuno dei convitati dica la sua opinione sull’amore. Ora tali discorsi fanno diverse lodi ad Eros come Fedro che disse che Amore era la più antica e stupenda divinità. Poi Pausania: esiste un amore terreno o materiale, figlio di Afrodite volgare (Pandemia) e un amore figlio invece di una Venere celeste (Urania), andando così a dimostrare che le leggi degli spartiati e ateniesi riguardo ad Amore erano superiori alle altre póleis greche perché sostenevano la cura della virtus nell’amante e nell’amato. Erissimaco, essendo medico, sostiene la forza di mantenere un rapporto sano di amore, favorendo quell’Eros che ci lega agli dèi. Farsesco e nel contempo da meditare è il discorso pronunciato dal commediografo Aristofane secondo il quale Eros – in quanto foriero di felicità – tende a ricostruire l’unione iniziale e suprema dell’unità fra i due sessi diversi (è esplicito riferimento della divisione tra sesso maschile e femminile che ritroviamo nell’androgino o unità tra virile e femmineo), però afferma anche Amore come supremo quando si svolge tra individui dello stesso sesso. Agatone invece sviluppa un panegirico su Amore che è il più bello e il più giovane tra gli dèi, virtuoso e fonte d’ispirazione degli artisti. La teoria di Aristofane rimanda all’unità primordiale dove uomo e donna -maschile e femminile- eran legati e vivevano in beatitudine (Makaria) senza provare inquietudine. Zeus, invidioso di tale appagamento, li divise in due e da allora le anime, femmineo e maschile, sono costrette a cercarsi, a ri-trovarsi, Moira permettendo. Interviene a tal punto Socrate, riportando il discorso di una sacerdotessa di Mantinea, Diotima. Ed espone in tal modo il mito di Eros, figlio di Póros, (Espediente), e Povertà, Necessità. Eros non è quindi bello o buono -secondo Platone- ma desiderio, voglia, esigenza di possedere sempre il Bene (legato al Bello) –kalogathia– bello e buono  deve essere inteso così. Eros viene rappresentato come quel grado di nobiltà che spinge l’uomo e la sua anima alla conoscenza della bellezza in senso assoluto e slegata da ogni interesse vile: può essere quindi solo la divinità la metà di tale pulsione erotica: cercare l’Assoluto delle Idee. Questo Amore, nato da Espediente e Privazione, è tra gli dèi e gli uomini, tendente quindi ad avere perpetuamente il Bene, la Virtù o meglio Aretè, le doti in cui per “Socrate-Platone” consistono Armonia e Felicità. Eros è pulsione fondamentale dell’uomo per la perpetrazione della razza tramite il corpo e per gli intellettuali – in una sfera superiore – per l’anima.  Nel giovane armonioso e bello , l’erastés (l’amante) può formare in lui un’anima alta e nobile tramite la sua cura e i suoi logoi pieni di virtù (o meglio aretè). La Bellezza – molla principale di Eros – fa così muovere dagli istinti più bassi ai più alti, la contemplazione (quella che Aristotele chiamerà Bíos Theoretikós) dell’Idea , la quale è la sola in grado di farci «partorire» le virtù più nobili. E’ lo stesso Alcibiade, ubriaco e cintosi la testa con una corona di edera e viole, che esalta l’areté socratica. Molti invitati si addormentano o lasciano la casa di Agatone: solo Socrate si reca al liceo ove passa la giornata finché torna a riposare nella propria abitazione. Nel frattempo altri invitati entrano nella casa di Agatone per ubriacarsi finché l’allegra compagnia si scioglie.

A parte la bellezza del dialogo, affascinante anche per lo stile del “divino” maestro di filosofia e l’intrinseca teoria dell’Amore, di Eros, che ivi si dipana con ammirevole candore e purezza, non si tace di Alcibiade che, elogiando Socrate verso il quale prova attrazione, ne è respinto, tipico dello “spirito” greco autentico , il quale – per purezza e costume – non si fa scandalo dell’amore omosessuale (il termine omosessuale in greco antico di fatto è inesistente!). Si è privi dunque di ogni senso del «peccato» o di «morale sessuale» che in epoca più avanti, sentiremo pesare per un sentimento così nobile come Eros, senza cadere in polemica, in tale sede, in quelle concezioni che han ridotto la forza di Eros in una pura “morale sessuale” repressiva, tralasciando la pulsione vitale che in Nietzsche, per citare un esempio, ritroveremo esaltata contro ogni “morale del peccato”. Inoltre, anche da qui, si vede come l’omosessualità fosse naturale in Grecia antica (a differenza dei veri e propri “prostituti”) in quanto considerata rito iniziatico delle classi nobili ed agiate. Ma non mancava l’amore eterosessuale (cfr.,ad esempio,il celebre panegirico di Lisia, Per l’uccisione di Eratostene), soprattutto come tale venisse sentito nella campagna ove la donna lavorava assieme all’uomo, ovvero gomito a gomito.

                                                   Enrico Marco Cipollini