“Guarda il mondo con i miei occhi di bimbo…” – Collana “La Casa delle Fiabe” volume 3

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Annamaria Vezioideatrice, presidente e responsabile del Progetto Fiaba

è lieta di annunciare l’uscita di

“Guarda il mondo con i miei occhi di bimbo…”  

il volume n. 3 della Collana “La Casa delle Fiabe”

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Il Progetto “Fiaba” si rivolge ai bambini affetti da patologie importanti attraverso la lettura di fiabe appositamente scritte da più autori aderenti al Progetto e, con gli introiti delle vendite dei volumi, partecipare:

1) alle spese mediche laddove le strutture non coprano gli esborsi

2) raggiungere le mamme con storia di violenza famigliare, sostenendo Strutture di Accoglienza.

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Un caloroso ringraziamento a chiunque vorrà sostenere il Progetto Fiaba 

moralmente ed economicamentee agli autori che hanno donato le loro opere:

Alessandra Cavazza, Aneta Horghidan, Anna Siano, Antonia Anna Pinna,

Antonietta Ursitti, Donata Porcu, Elisabetta Ronzulli, Fabio Clerici,

Fara Marzocchi, Francesca Amendola, Francesca Montomoli, Franco Mieli,

Gavino Dettori, Grazia Finocchiaro, Luciano Manfredi, Maria Carmela Dettori,

Marianeve Casciello, Mario Di Nicola, Mattia Villari, Mimmo Martinucci,

Natsumi Terajima, Rita Veloce, Rosalba Mandalà, Rosanna Bruschi,

Rosellina Carone, Tiziano Consani, Vincenzo Lagrotteria, Vita Silvestri

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cover Guarda il mondo...

 

 

  • Titolo del Libro: Guarda il mondo con i miei occhi di bimbo… 
  • Autore:  Progetto Fiaba
  • Editore: Annamaria Vezio
  • Collana:  La Casa delle Fiabe N. 3
  • Direttore della collana: Annamaria Vezio
  • Curatore d’opera: Antonella Ronzulli
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Genere: fiabe, filastrocche, poesie, fantasy, narrativa
  • Pagine: 104
  • Stampa: LithoCommerciale
  • ISBN:  978-88-940202-0-5
  • Prezzo: €. 12,00 (spese di spedizione incluse)
  • Info e ordini: annamariavezio@yahoo.it    –    progettofiaba@gmail.com 

 

retro Guarda il mondo...

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René Descartes (Cartesio) di Enrico Marco Cipollini

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René Descartes (Cartesio)

René Descartes (italianizzato Cartesio) nasce nel 1596 a La Haye da famiglia di recente nobiltà. La sua educazione viene affidata al collegio di La Flèche, sotto la guida dei Gesuiti. A diciotto anni segue corsi universitari presso Poitiers ma quattro anni più tardi, si arruola nell’esercito di Maurizio di Nassau per la libertà dell’Olanda. Più tardi arruolatosi come «ausiliario volontario» nell’esercito dell’elettore di Baviera, avrà molto tempo libero per dedicarsi agli studi venendo anche a contatto con il famoso studioso di idrostatica e meccanica, Isaac Beeckman. Tornato in Francia, Cartesio partecipò alle dispute scientifiche e filosofiche con i dotti del tempo tra i quali padre Marin Mersenne, l’uomo della cultura enciclopedica e traduttore, tra l’altro, di alcuni libri del nostro Galilei in Francese. Il motto di Descartes era «bene vixit qui bene latuit» (che riprende il lathe biosas epicureo) ma ciò non gli impedì di aver contatti con gli eruditi del tempo ed è memorabile il suo epistolario con la regina Cristina di Svezia. Questa indusse il Nostro ad andare nella sua Terra affinché personalmente Le insegnasse la sua filosofia. Purtroppo la sua gracile salute non resse il clima glaciale scandinavo e morì nel 1650. Nel 1626 scrisse già un’opera metodologica Regulae ad directionem ingenii, che verrà pubblicata postuma. Invece nel 1633 la sua poliedrica mente aveva concepito Il trattato del mondo della luce ma, terrorizzato dalla condanna di Galileo, non lo fece pubblicare. Anche Descartes sosteneva, anzi fondava la sua dottrina sulla teoria copernicana. Solo nel 1637, come ho già accennato. Le stampe vedono il celeberrimo Discours de la méthode pour bien conduire sa raison et chercher la verité dans les sciences, che serve quale introduzione a tre dissertazioni scientifiche apparse nello stesso anno: La Dioptrique, les Météores et la Géométrie. Il suo Discorso sul Metodo si presenta come il manifesto della «nuova filosofia» ed infatti il movimento razionalista del 1600/1700 si ispirò al suo pensiero. Il Discours è condotto in modo autobiografico, quindi in parte è la sua storia del suo travaglio spirituale e dell’altra un’opera il sé stante, fondamentale nella filosofia moderna. Già nei suoi studi scolastici, Descartes, aveva manifestato la sua insoddisfazione di fronte all’aristotelismo e si sentì attratto dalla matematica «à cause de la certitude et de l’evidence de leurs raisons».
La trattazione si rifà, anzi è suggestiva come quella dei «Saggi» di Montaigne. La pars destruens rappresenta la critica del sistema educativo usato nel collegio La Flèche. La critica non s’arresta lì, restrittivamente alla educazione impartita, ma s’allarga a tutta la tradizione retorica della cultura e al dogmatismo del pensare.
Così lo scopo – dice espressamente Cartesio – per la ricerca della verità non è quello d’insegnare il metodo che ciascuno deve seguire individualmente, ma di far vedere come egli stesso ha condotto la sua ragione, in quanto tutti gli uomini sono simili in quanto dotati di ragione. Quindi un buon metodo, come il suo, può aiutare anche gli altri; ciò implica comunque che ciascuno deve singolarmente cercare la verità entro di sé. La verità – prosegue Cartesio – non è già bella e fatta ma è sacrificio, opera individuale d’ogni uomo.
Cartesio continua la sua critica alla retorica imperante nella cultura ,dicendo che «parlare con uomini d’altri tempi è simile a viaggiare, ma quando s’impiega troppo a viaggiare si finisce col diventare estranei al proprio paese e quando si è troppo curiosi di quel che si faceva nei secoli passati, si resta ignorantissimi di ciò che si fa presente».

(Discours, I^ Partie)

Così nella prima parte del Discorso, Cartesio ci narra i suoi viaggi, la sua adolescenza, la sua giovinezza e le sue delusioni, poi, ci rivela il nuovo metodo per mezzo del quale giungere alla Verità. Sono quattro regole ricavate anche dall’osservazione geometrica, la qual scienza si basa su alcuni principi semplici, ma questo problema lo esamineremo più innanzi. Come per Bacone anche per Cartesio la scienza è destinata a rinnovare il mondo e a dominarlo attraverso la forza della ragione data dall’uomo. Prima di riformare il mondo, è necessario dare una «morale provvisoria» che permetta l’uomo di adattarsi alle abitudini e soggiacere al potere sia politico che religioso. Questa morale provvisoria non è altro che un espediente affinché l’uomo agisca comunque mentre si ricrea, si rinnova il mondo. La rivoluzione del sapere invece è inevitabile. A differenza di Bacone e similmente a Galilei, il Francese ricorre allo spirito matematico come forma di conoscere e questo «more geometrico» lo estende a tutti i campi dello scibile: la strabiliante novità del suo «Discours» è il mettere quale fondamento del conoscere lo spirito matematico, ovvero la sua oggettività.
Ma come dice il Geymonat, «sarebbe tuttavia erroneo supporre che Cartesio si sia limitato a ricavare il suo metodo dalla Matematica per applicarlo a tutte le scienze»1. Infatti Cartesio criticherà Euclide e proporrà una riforma radicale alla Matematica classica e riprendendo le parole del Geymonat, «Riforma che deve rendere la Matematica più permeabile alla ragione, più limpida nei suoi principi e nei suoi procedimenti, più perfettamente afferrabile dal nostro pensiero»2 .
Comunque è altrettanto indubbio che la Matematica e la sua Logica, sono le più alte manifestazioni della nostra intelligenza. E il «metodo» non è altro che il conoscere della ragione e del suo modo di operare. In nuce, il procedimento matematico ci addentra nell’intervento del nostro pensare da cui hanno origini le altre scienze e di qui il ribadire l’unità inscindibile tra i vari campi della ricerca scientifica con la Filosofia.
Descartes parte da concetti base quali posseggono in loro stessi la ragione della loro validità. L’intuizione e la deduzione sono funzioni della nostra mente. Così Cartesio nelle Regulae, «ex quibus omnibus colligitur… nullas vias hominibus patere ad cognitionem certam veritatem praeter evidentem intuitum et necessariam deductionem item etiam, quid sint naturae illae simplices de quibus in octava propositione. Atque perpiscuum est intuitum mentis tuum ad illas omnes extendi, tum ad necessiaras illarum inter se connexiones cognoscendas, tum denique al reliqua omnia quae intellectus praecise, vel in se ipso vel in phantasia esse experitur».

(Regulae, XII)

Ovvero che non risultano altre strade aperte agli uomini verso una conoscenza certa della verità se non l’intuizione si estende da una parte a tutte queste, alla conoscenza dei nessi indispensabili che hanno tra di loro, infine a tutte le cose di cui l’intelletto constata con precisione che sono in sé oppure nella fantasia e così ci spiega la deduzione come quell’operazione che dimostra una certa verità conseguente dell’altra di cui siamo sicuri.
Questi due processi, intuizione e deduzione, sono le operazioni proprie di ogni scienza. Ora Cartesio, riassume, nella sua pars costruens, le quattro regole già citate, per edificare la scienza. La prima è non accettare per certa una cosa, la quale non sia ben palesemente conosciuta. La seconda regola o dell’analisi, si basa sullo scomporre le idee complesse con un legame interno affinché si scopra con quali rapporti esse si connettono a cui segue la Sintesi o ricomporre le idee complesse con un legame interno di cui son composte mentre la quarta regola è quella della «enumerazione». Consiste nel fare enumerazioni così complete e generali affinché non si sia sicuri di non scordare nulla. Cioè una verifica continua fino ad riuscire ad avere un panorama completo di esse. Si deve notare che queste regole non sono apparentemente così divise, in pratica servono tutte e quattro la verità. Da tutte queste nasce l’evidenza. Ma quale «evidenza», ci viene spontaneo domandarci?
J. Lachelier3 propone di «abbandonare completamente il criterio cartesiano di evidenza», in quanto, sembra al Lachelier «che non c’è evidenza alla quale si possa attribuire un valore oggettivo»4. Invece, Cartesio, alla domanda quali sono le realtà evidenti, meditando giunge a giustificare metafisicamente la validità del meccanismo della natura e un essere superiore. Dubitare di tutto è il principio iniziale di Descartes. Non si tratta di un dubbio fine a se stesso e neppure di un dubbio scettico ma metodico. Cioè un veicolo per raggiungere la certezza. Il dubbio inizia da sensi che possono essere ingannevoli. Pensiamo alla teoria tolemaica che per secoli è stata accettata oppure all’illusorietà dei sogni, della fantasia. Ma tutto questo non può intaccare le scienze esatte. Per esempio: l’oggetto quadrato sarà fasullo ma non la «forma» del quadrato oppure uno più due conta sempre tre sia da sveglio che da addormentato, che ci sia o che non ci sia. Ma Cartesio va oltre. Anche la nostra mente potrebbe subire l’influsso di un genio maligno il quale impiega ogni sua abilità per ingannarci. È il famoso dubbio iperbolico (yperballein). Questo slancio, questo dubbio esagerato e coraggioso di mettere in dubbio ogni realtà, porta Descartes alla certezza: il famoso cogito ergo sum: «… Mais aussitôt après je pris garde que, pendant que,je voulais ainsi penser que tout était faux, il fallait nécessairement que moi qui le pensais fusse quelque chose; et remaquant que cette verité: je pense donc je suis, était si ferme et si assurée que toutes les plux extravagantes suppositions des sceptiques n’étaient pas capables de l’ébranler, je jugeai que je pouvais la recevoir sans scrupole pour le premier principe de la philosophie que je cherchais».

(Discours de la méthode, IV partie)

IL Cogito è l’aver coscienza di sé, la prima evidenza si è noi stessi(cogito e sum non sono inferenza logica pertanto). Inizia con l’identità di essere e pensare, la metafisica soggettivistica moderna e come rileva giustamente il Geymonat «Con essa si riconosce al pensiero una situazione assolutamente privilegiata quale «Sostanza» che non richiede nulla d’altro da sé, cui venire riferita o appoggiata. Il pensiero, così inteso, non risulta soltanto la prima verità, ma il punto di partenza di qualsiasi verità»5. Ed infatti dal “Cogito” Descartes passerà a Dio immediatamente: il suo ragionamento è facile. Esamina le idee che trova in sé e sa di avere nel suo «io». L’idea che lo rappresenta se stesso è una verità indiscutibile cioè l’Io Sono. Poi ha anche le idee di Dio, quelle di uomini, animali… E queste idee, escluso le idee di Dio e dell’«Io Sono», sono imperfette rispetto all’«Io sono» quindi tutte le idee come montagne, uomini etc., nascono da Lui. Pertanto anche l’idea di Dio potrebbe nascere dal soggetto. Quindi se Dio è un essere perfettissimo non può avere la sua origine che da un essere realmente esistente, quindi è facile dedurre da questo sillogismo che Dio esiste, muovendosi comunque dal cogito. Dalla necessità dell’Artefice dell’uomo, il quale uomo è imperfetto e quindi non può essersi dato l’esistenza da solo, quindi è indispensabile l’esistenza di Dio. Da tale prova passa alla terza prova «ontologica» che si basa sulle parole: perfezione, esistenza, essere, imperfezione. L’uomo avverte la sua imperfezione e quindi s’ammette anche la perfezione cioè Dio. Se Dio non avesse l’esistenza, sarebbe imperfetto ma siccome è perfetto, implica l’esistenza. E la Filosofia soggettivistica di Descartes non poteva arrivare ad altro ma il nostro va più in là. Dio, essendo perfetto, non può ingannare e quindi è garanzia di verità. Ma affiora un altro problema: il rapporto tra Iddio e il Mondo e la possibilità dell’errare umano. Infatti se la nostra mente è una emanazione di Dio e se la divinità è sempre verace, come si può errare?
Descartes risponde a questo problema dicendo che la “conoscenza” ha il concorso non solo dell’intelletto, ma anche della Volontà. L’intelletto è concezione delle idee (le divide in tre categorie: avventizie, fattizie, innate) le quali in sé non sono né vere né false ma la veracità o falsità è dovuta all’atto del giudicare e di scambiarle in vere e non. Siccome l’atto suddetto dipende dalla nostra volontà e questa – essendo libera – può condurre all’errare. Ma il problema irrisolto resta il rapporto tra sovra naturale e umano. Il Francese dissocia l’uomo in res cogitans (pensiero) e res extensa (corpo, natura). Nella parte fisiologica, l’uomo non si diversifica molto dagli animali (che lui chiama automi) ma nell’uomo c’è il pensiero quindi anche l’anima e tale è sempre congiunta all’uomo nella ghiandola pineale. Descartes afferma che proprio lì nasce l’insorgere delle passioni, dei sentimenti. Questo rapporto tra anima e corpo, tra soma e psiche, verrà dibattuto dalle filosofie post-cartesiane e risolto monisticamente da Spinoza. Resta di fatto che Cartesio toglie di torno nella sua ferrea razionalità ogni entità oscura che popola l’universo e paradossalmente il suo filosofare pone inizio alla biologia del sentire: sensibilità e forze vitali come ben gli riconoscerà il medico filosofo Cabanis (Rimando a tal proposito al mio, Analisi dei «Rapports» cabanisiani. Antropologia filosofica, Padova, 3° ristampa, 2000)

Come abbiamo potuto vedere assieme, il pensiero cartesiano non pone gravi ostacoli teologici. La sua morale è caratteristica: all’inizio si pone una morale provvisoria di cui abbiamo già parlato, poi più innanzi, con l’affermazione che pone il far bene in funzione alla conoscenza vera, mostra come Descartes dia priorità all’intelletto sulla volontà.
Finalmente con Descartes abbiamo l’alternativa al vecchio aristotelismo. Abbiamo contestato che sfoceranno in campi diversi come solo il suo genio esigeva: matematica, fisica, geometria, biologia e medicina. Rimane fondamentale la lotta di Descartes contro il dispotismo culturale e questa battaglia la condusse con la ragione. Altro fattore di estrema importanza anche ai nostri giorni, il suo asserire l’unione delle Scienze con la Filosofia e lui lo dimostrò personalmente. Tesserne gli elogi sarebbe pura retorica, semplice elencazione come d’altra parte indicarne i limiti. L’importante è di aver colto nel pensiero cartesiano il frutto, l’aspirazione del suo tempo e riconoscergli di aver analizzato con chiara e perita razionalità, ogni ostacolo, ogni sapere precostituito e dogmatizzato. Aprì, come disse un suo biografo, l’età moderna, cioè colmando i duemila anni che vanno da Aristotele a Lui.

Enrico Marco Cipollini

Note

1) L. Geymonat, Storia del Pensiero filosofico e scientifico, Milano,1970-72,
vol.II, p. 282
2) Ibidem
3) J. Lachelier in Dizionario Critico di Filosofia, critica, ad vocemevidenza” nell’opera classica curata da André Lalande nel succitato Dizionario.
4) Ibidem
5) Geymonat,op.cit-p.284

“Quaderno dei ricordi” di Silvia Sogni – Recensione di Enrico Marco Cipollini

i miei ricordi

Silvia Sogni, Quaderno dei ricordi, Firenze, 2014

Ricevo in oltre 60 pagine patinate in formato extra (A4) dall’amica dottoressa in medicina Silvia Sogni il suo Quaderno dei ricordi, ove si è proposta di annotare i suoi ricordi principe e fondamentali della sua vita greve e grave; una pubblicazione voluta dalla cugina Paola, arteterapeuta.

Ogni pagina è illustrata e riporta in calce un episodio che Silvia ritiene opportuno per rintracciare le “cause” della sua malattia o disagio inabilitante su cui non accenno, avendone parlato diffusamente in “ANNALI” di anni fa. Vorrei che tutti lo leggessero e guardassero, meditando sul senso della vita, le sue illustrazioni spontanee come è Silvia e vi palpitaste il cuore per la commozione come è successo a me che la conosco da anni ormai, dopo la pubblicazione di Frammenti di vita, edito da una editrice toscana.

Voglio solo riportare il pensiero dell’ultima pagina dove spicca il “suo” bosco d’autunno. «Questo bosco», scrive Silvia, «rappresenta il tramonto della mia vita, che è triste, però contiene immagini belle. Grazie a tutti coloro che leggendo questo mio Diario hanno condiviso le mie emozioni».

Grazie a te, Silvia, per averle condivise. Altro dire diventerebbe retorica a buon mercato. Il tuo dolore è anche il nostro, di tutte le anime belle. Tuo

Enrico Marco Cipollini

“Un pensatore moderno: Francis Bacon” di Enrico Marco Cipollini

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Un pensatore moderno: Francis Bacon

Se la filosofia di Spinoza assomiglia ad uno specchio di acqua privo di impurità, se il suo viver pratico e il suo pensare teoretico sono mirabilmente ed inscindibilmente improntati alla purezza spoglia d’ogni vanità terrena, dove tra il divino e l’umano non si frappone nessuna barriera, dove ogni nota d’umiltà è armoniosamente legata all’umiltà scientifica e il tutto aspira diamantinamente all’alto come in una “fuga” di Bach, tutt’altro si deve dire di quel grande predecessore che fu Francis Bacon, senza per altro volere disconoscere i suoi meriti portandolo così alla sua vera dimensione storica ma soprattutto umana.

Infatti tra gli intrighi della corte di regina Elisabetta e, successivamente, di Giacomo I troviamo senza tanti scrupoli anche Francis Bacon prima come “ Barrister” poi come “Lord”.

Per attività illecite da lui stesso confessate, lo ritroviamo imprigionato e condannato a 40.000 sterline di multa. Ma ricevette il perdono del re e, a quanto pare, si ritirò a vita privata prima che la morte lo cogliesse nel 1620, dopo essersi esposto ad un freddo insopportabile per il suo stato di salute, a causa di un esperimento.

Bacon, come si è potuto desumere dalla sua vita, si trova in un ambiente dinamico, ricopre cariche importanti. Forse, azzarderei affermare, la sua acuta mente, favorita dalla fervente attività politica, intuì quali progressi la tecnica avrebbe portato, modificando letteralmente le strutture e i rapporti sociali. Quella tecnica che timidamente era avversata da pregiudizi e bussava sempre più frequentemente alla luce del sole. Anche se Bacon non è stato uno scienziato nel senso che comunemente viene intesa questa parola (pensiamo al nostro Galilei quasi suo contemporaneo i cui meriti, azzardando un parallelo, non sono paragonabili), egli capì che la “scienza” per nascere e svilupparsi, aveva bisogno d’una riforma radicale che attaccasse le basi del sapere precostituito. Questa battaglia a favore delle riforme del “sapere”, sembra anticipare la RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, che alla fine del secolo, caratterizzò non solo il Regno Unito, ma, successivamente, anche le epoche a venire compreso la nostra.

Questo atteggiamento radicale accattivò le simpatie degli ILLUMINISTI che guardarono a Bacon, come loro guida.

Non ci si deve stupire che nei “SAGGI”, si trovi la classificazione delle Scienza, già delineata per altro nel “PROGREDIRE DELLA SCIENZA”.

La conoscenza storica, poetica e filosofica sono i tre gradi dello scibile umano.

Secondo Bacon la conoscenza dell’uomo è simile alle acque: alcune scendono dall’alto, altre scaturiscono dal basso; nel primo caso infusa dalla luce della natura, nel secondo caso ispirata alla divina rivelazione. La luce della natura consiste nelle nozioni della mente e nelle indicazioni dei sensi; quanto poi alla conoscenza che l’uomo riceve attraverso l’insegnamento, essa è cumulativa e non originaria come un corso d’acqua che oltre ad avere la propria sorgente è alimentato da altre fonti e ruscelli. Così dunque secondo queste due differenti illuminazioni ed origini, la conoscenza si divide prima di tutto in teologia e filosofia.

Del Progredire della Scienza, libro II, V, 1^.

Quindi per Bacon la filosofia può essere “divina”, “naturale” ed “umana” secondo l’oggetto su cui l’indagine si proietta. Comunque tutte hanno come minimo comune denominatore la “philosophia prima” ovvero la sorgente della conoscenza particolare: l’induzione.

La filosofia divina si propone d’arrivare, di giungere a Dio ma senza chiarire la tematica religiosa. La filosofia naturale può essere teorica o pratica tra le quali la Fisica, quella umana comprende “la Medicina” ecc… Ma senza addentrarci minutamente in questa classificazione delle Scienze operata dal Nostro in vari scritti, riportiamo il giudizio di D’ALAMBERT, che oltre a definire bacon “il più sublime tra i filosofi”, fu d’accordo con DIDEROT, l’altro enciclopedista francese, per la preparazione della celeberrima ENCYCLOPEDIE, ad adoperare il metodo baconino nella suddivisione scientifica. E’ altrettanto indubbio che l’ACADEMIE DES SCIENCES e la ROYAL SOCIETY traessero ispirazione proprio dagli scritti del Nostro per la difesa della Filosofia sperimentale.

Tutto ciò dimostra e riprova la felice e profonda intuizione di Bacon.

Le sue opere sono numerose, spesso incompiute, ma trattano del solito tema: la riforma del sapere e la forza della scienza.

Una scienza che non nega Dio, tutt’altro! Bacon cerca di non intaccare il problema religioso né l’essenza stessa della religione. La sua lotta è diretta, invece, contro quell’opprimente tradizione che ha dogmatizzato il conoscere e sclerotizzato il libero pensiero. Il culto non ponderato per gli antichi, la amalgama tra “filosofia aristotelica” e il “Cristianesimo”, sono forme che isteriliscono ogni slancio creativo e riformatore. Bacon non disprezza la tradizione ma il fanatismo.

Attacca, come fecero a suo tempo gli Umanisti, poi i Rinascimentali, l’ipse dixit costrittore.

Egli esalta i progressi tecnici, le invenzioni e questo lo porta ad affermare che coloro che ci hanno preceduti sono stati “i bambini agli albori del mondo”. Noi, invece, che abbiamo ereditato l’esperienza dei tempi, siamo i veri vecchi, gli antichi. Al sillogismo aristotelico pone quello che considera il parto mascolino del secolo (Temporis Partus Masculus) cioè l’arte di cercare, di indagare.

“Analizzare” la mente per determinare i limiti e le possibilità, l’uso che se ne può fare. Rimane il fatto che la NATURA è il campo della SCIENZA e non le tenebre, gli abissi, la polvere dell’antichità. Quindi Bacon struttura, convinto che la nuova scienza debba scaturire non come continuatrice dell’antica ma ex novo, autonoma, il nuovo strumento della ricerca, il NUOVO ORGANON contrapposto all’ORGANON aristotelico.

La nuova “logica” non deve essere “verbale” ma “operante”; deve dominare la NATURA con il felice incontro della natura della mente con la natura delle cose. La mente, per instaurare il Regnum Hominis, deve conoscere i propri errori, purificarsi. Nascono così le famose “sorgenti d’errore”: gli IDOLA.

Gli “idola tribus” comuni a tutti, quali la fallibilità dei sensi che ha deformato le cose, cioè l’errore di considerare buono tutto ciò che ci è stato tramandato.

Gli “idola specus” sono invece particolari, individuali. Dipendono dalla propria formazione mentale, forma mentis, dall’educazione ricevuta… Fanno vedere, questi idola specus, le cose con falsi pregiudizi.

Gli “idola fori” sono gli errori del linguaggio (problema oggi molto dibattuto e ripreso con acume da R. Carnap contro la metafisica esistenzialista e questione sviluppata dall’Empirismo Logico) che spesso crea parole vuote, prive di senso.

Gli “idola theatri” sono le teorie che ingannano. In ultima analisi, gli idoli del teatro non rappresentano che la vecchia tradizione aristotelica e la cattiva interpretazione fattane.

Liberata dall’errore, la mente -continua Bacon- abbisogna delle suddette regole indispensabili per fondare la NUOVA SCIENZA: è la famosa teoria dell’induzione baconiana.

Questa, in fondo, come quella aristotelica, nasce da fatti empirici: però fatti non solo percepiti, registrati ma comparati attraverso tavole apposite.

In una si registrano i casi positivi, nell’altra negativi e, nell’ultima, le variazioni subite e registrate nel corso dei vari fenomeni.

Dopo un’ipotesi, per dare una provvisoria e sommaria soluzione al problema, si procede all’esperimento e da questo procedimento pratico, fisico, si verificherà la validità dell’ipotesi fatta all’inizio dell’esperimento.

Lo scopo dell’indagine scientifica è la causa del fenomeno che Bacon chiama FORMA, ovvero la natura stessa del fenomeno. E’ qui che il filosofo inglese, subordinando la Matematica, ricorre ad argomentazioni che esulano dal nuovo spirito scientifico, ciò che non succede invece alla personalità e alla formazione più rigorosamente scientifica del nostro Galilei.

Postuma esce anche la prima edizione inglese della NOVA ATLANTIDE nel 1627, grazie alla cura del suo segretario Rawley.

Dal titolo si può benissimo dedurre il racconto utopico dell’opera e viene quasi spontaneo collocarlo nella scia de “L’UTOPIA” del Moro e de “La città del Sole” di Campanella, il famoso italiano che si fece credere pazzo per non finire sul rogo.

Però il racconto baconiano si diversifica nettamente dalle due opere succitate in quanto la società della Nuova Atlantide è retta non da motivazioni morali ma dal potere che all’uomo deriva dalla forza della scienza.

La Nuova Atlantide è una sorta di concentrato delle idee baconiane: tutto preannuncia, o sembra profetizzare, il mondo futuro, l’età moderna, osservando specialmente gli abitanti che vivono comodamente sfruttando le nuove invenzioni nate dal connubio tra SCIENZA e TECNICA.

Non v’è interferenza tra Religione e Progresso, altrimenti si cadrebbe nella superstizione. Anzi! C’è accordo tra ricerca scientifica e spirito religioso. L’una non intralcia l’altro ma sono propedeutici.

Interpretando la storia dell’isola felice con strumenti storici e sociali, si può giungere ad affermare che le religioni riformate, non sono state di intralcio ai paesi che si avviavano alla industrializzazione, ma c’è stato quella amalgama tra progresso tecnico e religione, propugnato felicemente dall’Autore dell’isola di Bensalem.

Enrico Marco Cipollini